«Detto in parole semplici» (Rubbettino, pagg. 234, euro 16) è un titolo ambizioso per il letteralmente tascabile di Matteo Collura che raccoglie i testi di una decina di sue conferenze in cui, come spiega il sottotitolo, l’autore si mette, e ci mette, «a tu per tu con personaggi e fatti memorabili». L’ambizione nasce da quella ricerca di semplicità e colloquialità che l’evento orale (la metà delle occasioni è offerta dal festival Taobuk di Taormina) sembra favorire, ma il cui esito è difficilissimo conquistare, ancora più quando si passa alla riproduzione scritta. I richiami all’uditorio non mancano e ingaggiano anche il lettore, un po’ come il tu del Se una notte di inverno un viaggiatore di Italo Calvino peraltro citato nel capitolo di apertura «I libri, compagni di una vita (perché leggere, ancora oggi)». In un caso si fa riferimento all’età anagrafica media avanzata del pubblico, eppure, usciti dalle 229 pagine del libro (Rubbettino, 16), la prima cosa che viene da pensare è che questo potrebbe essere uno dei titoli a compilare le letture estive per gli studenti delle superiori. Sì, non suoni provocatorio: Collura porta i «compagni di una vita» (quelli «giusti», che non sono poi molti, vorrebbe rassicurarci) sul comodino del lettore, anche quello in potenza, proponendone la lettura e la rilettura nel corso di una vita. Una vita che risulta così moltiplicata, come suggeriva Umberto
Eco in una famosa citazione: aprire Google per credere, se non lo si è letto nella celebre rubrica Bustina di Minerva, uscita su L’Espresso nel 1991, o se non arrivate a pagina 40 del libro di Collura: «Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia...».
Intanto, uno dei capitoli è proprio dedicato al discusso, stando alle cronache dei programmi scolastici, Manzoni dei Promessi sposi. Cosa fa Collura? Supera gli uffa! immaginati nel pubblico e passa in rassegna i personaggi, richiama i passi più conosciuti se li conosci, ti compiaci, e il lettore va accarezzato; se non li conosci, ti incuriosisci, e il lettore va stimolato e poi ti sbatte in faccia l’attualità (va tanto di moda richiamarla, anche se forse sarebbe più corretto parlare di ricorsività) della Storia della colonna infame. Quel testo che al suo apparire in appendice al romanzo, si lamentò Manzoni con il suo amico Fauriel, «le silence s’est fait»; un silenzio, aggiunge Collura, scomparso: «Oggi per fortuna su questo indomito, inesorabile j’accuse, non c’è più imbarazzato silenzio, la storia della colonna infame divenuta di uso persino proverbiale». Forse però, aggiungerei, proprio per questa trasformazione in modo di dire, si rivela necessaria una (ri)lettura del testo. Così, si capisce ancora più l’insistenza di Collura su quanto scriveva il suo amato Leonardo Sciascia: «Nulla di sé e del mondo sa la generalità degli uomini, se la letteratura non glielo apprende».
Una affermazione contenuta, dice e scrive Collura (in due conferenze distinte qui raccolte), nel «suo
più dimenticato racconto storico La strega e il capitano», incalzando, altrove: «forse più sottovalutato, e perciò trascurato».
Qui sta la forza di tascabili, a portata di mano, come quello di Collura: riportare alla memoria non solo il classico, ma anche quello che sembra sfuggito dalle maglie dei programmi scolastici o di qualsivoglia sistema. La chiusa del suo volume ne è la prova. Ci racconta del delitto Tandoy, nella Agrigento degli anni Sessanta, che ispirò il celebre A ciascuno il suo di Sciascia, ma nell’ultima pagina ripesca uno sconosciuto Antonio Russello che pure si ispirò alla vicenda: «apparso nel 1963, senza alcun esito critico, nelle edizioni Bino Rebellato e meritoriamente ripubblicato nel 2007 dalla casa editrice Santi Quaranta di Treviso». Ce n’è abbastanza, con quel «meritoriamente» che riabilita l’«assenza di esito critico», se non per aggiungere un libro sul comodino, quantomeno di capire il perché di un altro silenzio che si era fatto. Domande queste che non hanno età, né per la supposta saggezza dei non più giovani né per l’impertinenza dei ragazzi dalla cui supposta acquiescenza meglio non farsi ingannare.
