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Letteratura

Muriel Spark dacci oggi il nostro male quotidiano

Dietro una leggerezza apparente di trame la scrittrice scozzese ha indagato il lato oscuro dell’esistenza

Ragazze squattrinate, Muriel Spark

Anche Muriel Spark avrebbe potuto essere una delle sue Ragazze squattrinate, il suo romanzo del ’63 che Adelphi ripropone nella traduzione di Monica Pareschi (pagg. 148, euro 18); e, in effetti, la scrittrice scozzese (era nata a Edimburgo nel 1918, da padre ebreo e madre cristiana) da giovane aveva frequentato una istituzione simile al May of Teck, un club, o meglio una residenza, fondata alla fine dell’Ottocento per «offrire sicurezza economica e protezione sociale alle signorine di pochi mezzi sotto l’età di trent’anni» che si trovavano a Londra da sole per lavorare. Queste ragazze squattrinate, alla fine della Seconda guerra mondiale, che insieme agli anni Sessanta è uno dei due poli temporali fra cui il romanzo si muove, sono ancora più prive di mezzi di quanto si possa immaginare, poiché «Molto tempo fa, nel 1945, le brave persone in Inghilterra erano tutte povere, con poche eccezioni» avverte subito Spark. C’è Selina, con le gambe lunghissime, così magra da riuscire a infilarsi in una finestrella per salire sul tetto a prendere il sole; c’è Joanna, figlia di un pastore, che recita Tennyson, Shakespeare e la Bibbia con involontaria sensualità e dà lezioni di dizione alle compagne; c’è Jane, che lavora in una casa editrice minuscola e che quindi si sente in diritto di mangiare il doppio delle altre, per nutrire il proprio cervello; ci sono poi le veterane, che hanno superato i trent’anni ma sono ingrigite lì, tutt’uno con la carta da parati. Intorno a loro, qualche soldato, la guerra

che sta finendo, i servizi segreti americani e gli «intellettuali» con cui Jane ha a che fare, mezzo falliti e mezzo fraudolenti, fra cui Nicholas Farringdon, un poeta anarchico che anni dopo viene ucciso ad Haiti, dove si è recato come missionario, tentando invano di estirpare le superstizioni locali.

È proprio per scrivere un suo ritratto che Jane, passata dall’editoria al giornalismo, ricontatta le sue ex compagne e fa riaffiorare alla memoria quel 1945 in cui le loro esistenze sono sconvolte da una tragedia avvenuta proprio al May of Teck: lo scoppio di una mina nascosta in giardino, in seguito al quale muore l’innocente Joanna. Pochi giorni dopo, mentre tutta Londra festeggia la resa del Giappone e i reali salutano da Buckingham Palace, Jane e Nicholas assistono a un’altra morte gratuita: un marinaio accoltella una donna tra la folla, senza che nessuno riesca a intervenire. Jane ricorda un appunto nel manoscritto del libro, mai pubblicato, di Nicholas Farringdon: «La visione del male può indurre alla conversione quanto la visione del bene». Il male irrompe nelle nostre esistenze e non ha spiegazione, e possiamo indagarlo, come fa Jane, o cercare di cancellarlo come Nicholas, o imperniarci un romanzo, come ha fatto Muriel Spark per tutta la vita, dal primo (I consolatori) nel 1957 fino al ventiduesimo, Invidia, nel 2004 (è morta nel 2006 nella campagna di Arezzo, dove viveva da anni); e che per la scrittrice britannica non si tratti di semplice cronaca nera bensì del Male con la maiuscola, è attestato dal fatto che abbia iniziato a scrivere romanzi solo dopo la conversione

al cattolicesimo, sostenuta dagli amici Graham Greene ed Evelyn Waugh.

D’altronde Muriel, nata Camberg, aveva mantenuto il cognome del marito Sidney Spark, ma il suo matrimonio era durato pochissimo, proprio per quel male che vi aveva intravisto. Nel ’37 si era sposata e trasferita con lui nell’allora Rhodesia, ma nel ’44 era tornata a Londra da sola, abbandonando il figlio: lui era violento e lei temeva di fare la fine di una vicina di casa, una giovane scozzese che conosceva dall’infanzia e aveva ritrovato proprio in Rhodesia, e che era stata uccisa dal marito. Pare che le due si somigliassero moltissimo, e pare che la storia sia vera; in ogni caso è diventata uno dei racconti di Bang bang sei morta, assorbita anch’essa nella letteratura, come la religione, come il lavoro per i servizi segreti nell’ultimo anno di guerra, come gli anni nell’editoria, un mondo che Spark inchioda nei suoi difetti e nelle sue vanità con ironia feroce. Basta leggere A mille miglia da Kensington (appena riproposto da Adelphi): alzi la mano chi non conosce un «pisseur de copie»...

Nelle trame apparentemente leggere e fra personaggi apparentemente frivoli, Spark ci porta nel cuore del mistero. C’è chi commette «il male per il gusto di farlo», e la letteratura è uno dei modi per farci i conti, mai definitivi.

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