Il rosso è solo quello del sangue e dei manifesti. Sono onnipresenti: nei campi, sulle montagne, lungo le strade ovviamente, e poi nelle stazioni e sugli edifici pubblici. «Lunga vita a Kim Il-sung!», «Kim Jong-il sole del XXI secolo!», «Viviamo a modo nostro», «Obbediamo al partito!», «Non abbiamo nulla da invidiare in questo mondo». Un mondo, quello della Corea del Nord, totalmente impermeabile alle informazioni e agli eventi del resto del pianeta, un mondo in cui i cittadini sono indottrinati, dalla culla alla tomba, in base ai principi del juche, il sistema filosofico imperniato sull'«autosufficienza» elaborato da Kim Il-sung. Ora, questa «autosufficienza», per quanto molto, molto più ampia rispetto agli standard occidentali di sopravvivenza (non parliamo di benessere) ha un limite, e perfino i nordcoreani sono destinati a rendersene conto, specialmente se riescono miracolosamente a fuggire... La giornalista Barbara Demick, già infiltrata in Tibet (da cui il bellissimo I mangiatori di Buddha), ha trascorso un lungo periodo a Seoul, incaricata dal Los Angeles Times di raccontare la Corea. È riuscita a visitare Pyongyang ma, soprattutto, a parlare con i sopravvissuti al regime.
In Nulla da invidiare (Iperborea, pagg. 416, euro 20) racconta le loro esistenze incredibili, «vite normali» fra notti senza luci, spie ovunque, sedute di autocritica, famiglie decimate dalla fame e un'ideologia (quasi) incrollabile.