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Letteratura

Oriana ci ricorda che la libertà è sempre una lotta

La grande giornalista, morta 20 anni fa, raccontata da Alessandro Gnocchi, che la conobbe da vicino durante i suoi ultimi anni di lavoro

Il metodo della Signora: correggere allo sfinimento

Per gentile concessione di Foglio Edizioni Libri pubblichiamo un brano da Oriana ad alta voce. Perché abbiamo ancora bisogno della Fallaci (pagg.144, euro 16; in libreria da domani) di Alessandro Gnocchi, firma del Giornale. È un ritratto, fra privato e pubblico, della giornalista morta il 15 settembre 2006, che l’autore ha conosciuto nei suoi ultimi anni.

Una sera, era mezzanotte in punto, avevo finalmente concluso una giornata che mi era sembrata infinita. La versione del testo su cui stavamo lavorando era arrivata a non so quale redazione. La Fallaci era soddisfatta. «Per stanotte va bene», aveva detto. Tornai a casa, ero da solo. La famiglia era in montagna. Mi buttai sul divano con una bottiglia di spumante deciso a scolarmela e scivolare nel sonno dei giusti.

Il telefono squillò. Pensando fosse mia moglie, risposi senza guardare il numero.

«Gnocchi che ore sono lì da voi?». «Mezzanotte». «Bene, allora ci si ha tre ore buone di lavoro». Presi le bozze, le avevo sempre con me, e ricominciammo.

Racconto questo episodio perché quella telefonata a mezzanotte dice qualcosa di essenziale sulla Fallaci. Non era disprezzo per il tempo degli altri. Era qualcosa di più semplice e di più difficile da accettare: il lavoro non aveva orari perché il lavoro non era separabile dalla vita. Erano la stessa cosa. Per la Signora, il lavoro era come respirare. Pretendere che i collaboratori capissero questo non le sembrava irragionevole. Era la condizione minima per partecipare all’impresa.

Dopo l’11 settembre 2001, con la pubblicazione della Rabbia e l’Orgoglio, la Fallaci aveva subito processi per razzismo a Parigi, in Svizzera, a Bergamo (nessuna condanna). Pur amata da milioni di lettori, la Signora era diventata una figura isolata nel mondo dei media e della cultura. Aveva detto cose che nessuno voleva ascoltare, le aveva dette con una forza che rendeva impossibile ignorarle, e il sistema culturale italiano aveva reagito con la tattica migliore quando non si vuole rispondere nel merito: delegittimare la persona anziché confutarne le idee.

La chiamavano xenofoba, razzista, vecchia rancorosa. Dicevano che la malattia le aveva offuscato il giudizio, che la solitudine l’aveva resa amara, che i libri della Trilogia erano il delirio di una mente indebolita dal cancro. Era più comodo così. Più comodo che confrontarsi con ciò che aveva scritto, con Alexis de Tocqueville e Friedrich von Hayek citati con competenza, con l’analisi del multiculturalismo in anticipo di anni, con le domande sull’immigrazione e sull’identità europea che ancora oggi non hanno trovato risposta. La Fallaci sapeva benissimo cosa stessero facendo i suoi critici e perché. Non lo accettava. Continuava a scrivere, a correggere, a pretendere che ogni parola fosse quella giusta, perché sapeva che le sue parole sarebbero state usate contro di lei, una volta estirpate dal contesto, ingigantite, trasformate in prove di un’accusa già formulata prima ancora di leggere il testo. Quella cura maniacale per la forma non era solo una questione estetica. Era anche una strategia difensiva. Ogni virgola al posto giusto era una virgola in meno che potevano usare contro di lei. Lavorare con la Fallaci in quegli anni significava lavorare con qualcuno che scriveva sapendo di essere sotto tiro. Fatto che non la rendeva più prudente, la rendeva più precisa.

La Fallaci non distingueva tra i propri scritti in base al genere o all’importanza. Un articolo per Libero riceveva la stessa attenzione del capitolo di un saggio. Un sommario, ovvero le poche righe che illustravano le fotografie al posto delle normali didascalie, meritavano la stessa cura dell’articolo. Non esisteva gerarchia tra le parti. Esisteva solo il testo, nella sua interezza, e il testo doveva funzionare tutto, ogni elemento, dalla prima parola all’ultima. Questo principio, che in teoria condividiamo tutti, nella pratica non è seguito quasi da nessuno. Si cede all’urgenza, alla stanchezza, alla logica del «tanto nessuno ci fa caso». La Fallaci non cedeva mai. Non perché fosse infallibile. Sbagliava anche lei, ripensava, tornava indietro. Ma non cedeva alla scusa della stanchezza, non cedeva al compromesso. «Abbastanza bene» non era una categoria ammissibile.

Una notte, erano le due passate, il giornale stava per andare in stampa, la Signora mi dettò una correzione su un sommario. Tre parole. Voleva cambiare tre parole in un sommario di quindici. Poi volle rileggere ad alta voce la versione corretta. Poi cambiò un altro passaggio. Poi volle riascoltare di nuovo. Il tipografo aspettava. Il direttore aspettava. L’intero meccanismo della produzione notturna del giornale era fermo su tre parole di un sommario che la maggior parte dei lettori avrebbe scorso in meno di un secondo senza soffermarsi.

La Fallaci non pensava a quel secondo. Pensava alla sensazione di aver fatto la cosa giusta, di non aver lasciato qualcosa di sciatto nel mondo.

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