I socialisti possono essere felici? (Ultima spiaggia editore, pagg. 138 pagine, euro 10 (traduzione e cura di Santa BellomìaO) raccoglie una serie di articoli, compreso quello che dà loro il titolo, che George Orwell scrisse fra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento.
Degli scrittori inglesi, e non solo, del suo tempo, Orwell resta fra i più interessanti e i suoi romanzi distopici, La fattoria degli animali e 1984, conservano tutt’ora una sinistra attualità. Ma l’Orwell polemista non è di valore minore e mantiene intatta quella capacità di trarre dal presente delle lezioni sul futuro che lo rendono un contemporaneo con cui continuare a confrontarsi.
Era un socialista, Orwell, in un’epoca in cui il socialismo inglese, il laburismo all’interno di un sistema imperial-capitalista, soffriva la concorrenza del socialismo russo di matrice bolscevica, quel comunismo che trasformava i gulag, le deportazioni di massa e le purghe politiche in varianti necessarie, ma giuste, sulla strada di una società senza classi.
Era anche un internazionalista, Orwell, tanto è vero che partecipò alla guerra civile in Spagna nel nome della solidarietà senza confini della classe operaia. Era andato in guerra per «sparare ai fascisti» e si trovò costretto a fare marcia indietro perché a sparargli addosso non c’erano solo i suoi nemici dichiararti, ma i suoi compagni comunisti per i quali socialisti, anarchici e fascisti erano in fondo la stessa cosa...
Infine, Orwell era un intellettuale militante, uno di quelli convinti della necessità e insieme della liceità dello schierarsi da un punto di vista politico. Ma la sua militanza restava eterodossa, nel senso che non offuscava il suo giudizio critico e non lo trasformava in propaganda. Detto in altri termini, non spacciava «per valutazione letteraria dei giudizi politici: X è un avversario politico. Quindi, è un cattivo scrittore».
Fra gli articoli presenti nella raccolta, il più celebre resta Scrittori e Leviatano. Orwell lo scrisse nel 1948, ma letto nel 2026 non è invecchiato nemmeno di un giorno. Ha a che fare con «l’ortodossia dominante». Le parole d’ordine sono «progressista, democratico, rivoluzionario». E ancora: «Siamo tutti democratici, antifascisti, antimperialisti, indifferenti alle distinzioni di classe, immuni dal pregiudizio razziale e via dicendo». Alla base di questa «ortodossia dominante» c’è una aporia di fondo che ha a che fare con il radicalismo e che ha attraversato l’intero Novecento.
Scrive Orwell che al suo inizio, «l’intera ideologia di sinistra, scientifica e utopica, fu sviluppata da persone che non avevano alcuna prospettiva immediata di conquista del potere». Si trattava dunque di «un’ideologia radicale, che disprezzava re, governi, leggi, prigioni, polizia, eserciti, bandiere, frontiere, patriottismo, religione, morale convenzionale, e, in effetti, l’intero ordine costituito». L’assunto era che una volta abbattuta «una tirannia che sembrava invincibile, il capitalismo, il socialismo ne sarebbe seguito». Orwell aggiunse che «la sinistra aveva ereditato dal liberalismo alcune convinzioni assai discutibili: che alla fine la verità prevale, che la persecuzione si autodistrugge, che l’uomo è naturalmente buono e viene corrotto solo dall’ambiente». La sinistra del suo tempo, osserva ancora, accettò l’idea che il regime russo uscito dalla Rivoluzione d’ottobre«fosse socialista» e questo fu alla base di «un modo di pensare schizofrenico in cui parole come democrazia’ hanno dei significati inconciliabili».
Era una schizofrenia figlia del radicalismo da un lato, e di una sorta di complesso di inferiorità dall’altro, perché quanto a radicalismo il comunismo non aveva rivali e la sua partecipazione alla Seconda guerra mondiale dalla parte delle democrazie liberali vittoriose ne sanciva il suo farne parte.
Scomparso il comunismo, evaporatisi le classi sociali in una post industrializzazione che delocalizzava la produzione e santificava la finanza al posto delle imprese, a sinistra è rimasta la schizofrenia, nel senso che il suo radicalismo si è trasferito dal campo dei bisogni a quello dei diritti, dalla lotta al capitalismo all’accettazione del liberismo economico come nuova forma di emancipazione sociale, dall’internazionalismo delle persone alla globalizzazione delle stesse in quanto merci.
Il socialismo di Orwell si può riassumere in una definizione, common decency, più o meno traducibile in italiano come rispetto del vivere civile, correttezza, un programma che può sembrare minimo solo per chi confonde l’ideologia con il messianismo e vorrebbe rieducare, anche uso malgrado, il genere umano, il che è un vizio tipico della sinistra. La destra, che di vizi ne ha molti, e persino troppi, almeno sotto questo aspetto è senza peccato. È realista e il suo difetto, nel caso, è di esserlo in modo miope... Come nota Bellonìa nella sua prefazione a I socialisti possono essere felici?, in tutti i saggi presenti in questa raccolta, Orwell ci racconta la dignità che si oppone alla disumanizzazione, si tratti della crudeltà impersonale delle istituzioni, della burocrazia che ci tratta come sudditi e come numeri, del divertimento organizzato in quanto narcotico delle coscienze, della menzogna come oblio deliberato, dell’omologazione scambiata per eguaglianza.
Il senso dell’interrogativo che fa da titolo al libro, la possibilità per i socialisti di essere felici, rimanda proprio all’errore di un paradiso artificiale come scopo, tanto illusorio quanto reali sono gli inferni che questa utopia finisce per produrre, rispetto alla costruzione di condizioni di fraternità e dignità condivise. Che è poi il radicalismo della normalità.
