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Letteratura

Piero Meldini, il più inattuale (e magnifico) dei nostri scrittori

Ha esordito tardi, è uno dei pochi italiani viventi editi da Adelphi e non pubblica da 15 anni. Ma oggi torna in libreria con il suo ultimo romanzo

Piero Meldini

Piero Meldini è uno scrittore inattuale. Ha esordito tardi o meglio, a frutto perfetto nel 1994, pluricinquantenne, con L’avvocata delle vertigini. Il romanzo garbuglio tra Borges e Polanski, a tratti abissale fu pubblicato da Adelphi, casa editrice che notoriamente non pubblicava scrittori italiani: piaceva a Roberto Calasso, ottenne il Bagutta opera prima, fu tradotto qua e là.

Il secondo libro forse più bello del primo L’antidoto della malinconia (Adelphi, 1996), conquistò il Campiello e l’unanime plauso degli inquisitori della cultura italica. I tratti di Meldini furono, da subito, chiari: capacità, con pochi cenni, di intavolare intrighi; scrittura chiaroscurale, incisa nell’ebano; rapinosa la frase, piena di occhi, di finestre, di coltelli. In controtendenza all’oggi, Meldini scrive storie cristalline, cristallizzate in un altro tempo, come un interno di Vermeer. Arguzia che è il controcanto della spavalderia ed eleganza sono la sua cifra.

Il successo si fa per dire non scalfì Meldini, scrittore scolpito in una meteorologica solitudine: basso, scaltro, attratto dall’ironia nera, dura, a lame spianate, si muove con il bastone, è una specie di Yoda della letteratura. Per anni è stato il direttore della Biblioteca Gambalunghiana di Rimini, la prima biblioteca pubblica d’Italia cioè: non monastica, aperta ai cittadini, dal Seicento, per desiderio del suo fondatore. L’esordio tardivo alla letteratura non tragga in inganno. In sodalizio con Mario Guaraldi, rivoluzionario editore riminese, Meldini ha pubblicato saggi spesso pionieristici. Reazionaria, la prima «Antologia della cultura di destra in Italia», uscì nel 1973 con una copertina indimenticabile: una svastica costruita con fiori di campo. In dodici capitoli da «Il concetto di cultura» a «L’antiparlamentarismo», passando per «I rapporti tra le classi» sono raccolti articoli di Prezzolini e Vergani, Evola e Soffici, Giovanni Boine e Giovanni Gentile. Un libro, a suo modo, decisivo. Seguirono cito in ordine sparso Mussolini contro Freud. La psicoanalisi nella pubblicistica del fascismo (1976), il ciclo (in quattro tomi) La cucina dell’Italietta (1977) e tanto altro.

Meldini, insomma, giunge preparato alla letteratura, pur restando in un suo mondo, per sempre restio alle mode. A suo dire così mi disse, tempo fa il suo romanzo più bello è La falce dell’ultimo quarto: ambientato nel primo Ottocento, «è il mio Cent’anni di solitudine ma è scritto meglio», mi disse. Uscì nel 2004 per Mondadori oggi si trova nelle librerie dell’usato. Scrittore disallineato alla letteratura italiana in voga, ombelicale per tradizione, noiosa per difetto d’intelletto ed eccesso di bile, Meldini si rifà, semmai, al Borges di Altre inquisizioni. Il suo profilo un inattuale al calor bianco ricorda quelli di Gesualdo Bufalino (baciato, però, da altra fortuna) e di Alessandro Spina (afflitto da malasorte editoriale postuma), due tra gli scrittori italiani più estrosi degli ultimi decenni. Estro, sapienza narrativa, scrittura al bulino: abilità costantemente vilipese da una macchinazione editoriale che premia la facilità quando non la sciatteria e l’assenza di stile ovvero l’idiozia eletta a misura di Premio Strega e di serie Netflix.

Non è un caso che Piero Meldini non pubblichi romanzi da quindici anni. «Un lavoro così lento e faticoso ha bisogno di un contesto favorevole: un’editoria che si assuma qualche rischio, una critica attenta e autorevole, una comunità di lettori sufficientemente ampia e curiosa», mi ha detto, qualche mese fa. Il suo ultimo romanzo, Italia. Una storia d’amore, stampato da Mondadori nel 2012, ritorna oggi per Vallecchi, storico marchio restaurato (pagg. 122, euro 16,00). Un’ottima occasione per penetrare nella scrittura di un autore refrattario agli aggettivi di comodo. Il romanzo breve, brillante, sorprendente: si legge in un fine settimana di pioggia ruota su due piani temporali che s’intersecano. Bologna, maggio 1915, urla di guerra intorno; undici del mattino, tavolino di un bar «fra via Rizzoli e via dell’Indipendenza»: un uomo, Achille, garibaldino all’avanguardia della malinconia, racconta all’amico, Domenico, un’avventura avuta con una donna quarant’anni prima, a Rimini. La storia, costruita a dittico, con sagacia da liutaio del linguaggio, narra, tra l’altro, l’esordio del turismo balneare uno degli ambienti del libro è il leggendario Kursaal, strepitosa villa per le feste, specie di rinoceronte con le ali e le luci, inaugurato nel 1873.

Emerge, icastico come una Madonna di Antonello, lascivo come una Maddalena di Hayez, il ritratto di Elvira (ergo: Italia); bellissima, capace nei labirinti dell’amore, lascia ad Achille il ricordo di una notte indimenticabile. Il romanzo fa cozzare la Storia con l’intimità, l’umanità con l’individuo, la guerra con l’amore; infine, è un casto elogio dello struggimento, un incauto inno all’inatteso, all’imprevisto, all’ora o mai più, all’istante impenetrabile capace di sigillare con un bacio al veleno un’intera esistenza. In Elvira, tesa tra reticenze e vampiri, il lettore scorgerà un’allegoria del Belpaese o della lingua italiana, che per Dante aveva il corpo di una pantera.

Con radiosa irritazione, Meldini ha ricevuto onorificenze civiche entro una palude di applausi. «Dubito che qualche mio romanzo mi sopravviva e non è che la cosa mi turbi più di tanto», dice, con sarcasmo epicureo, certo della propria grandezza pardon, della propria distanza da tutto questo. Non sopporta i falsi umili né chi, insistentemente, gli porge un manoscritto non credo che creda nell’aldilà; ancora rilegge Gadda, Sciascia e un tot di Morselli. Meldini non rovescia sulla carta le proprie turbe psichiche; non si lamenta del mondo; non ambisce a interpretare il proprio tempo. I suoi libri sono eccezionali manufatti: un divano, una lampada, un comodino in cui riporre il proprio diario e l’anello donato, per gioco, a una sconosciuta. Per questo Meldini è il più inattuale degli scrittori italiani.

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