Va certo elogiata la decisione di pubblicare in italiano, per la prima volta in forma integrale, l'opera maggiore di Bernard de Mandeville (1670-1733), La favola delle api. Vizi privati, pubbliche virtù, che la Silvio Berlusconi Editore ci propone nella versione del 1732 con le parti in precedenza omesse (pagg. 882, euro 40). Ancor più importante è il fatto che stavolta il testo italiano è rimato e in versi, e non già in prosa, così da salvare il tono satirico del poema originale, che uscì per la volta nel 1714. Con la sua traduzione, insomma, Andrea Branchi fa il possibile per restare il più possibile fedele al testo settecentesco.
Riprendere in mano Mandeville è opportuna, anche per l'influenza esercitata da questo autore su larga parte delle scienze sociali, soprattutto nel Novecento. Quello dello studioso olandese, a ogni modo, è un testo tanto importante quanto spesso travisato.
In effetti, molti commentatori hanno letto in quel poema soprattutto una difesa dell'immoralità: l'idea che la società prospera quando i comportamenti sono orientati all'opportunismo egoistico, mentre declina quando prevale la generosità. La vicenda presenta un alveare prospero in cui le api sono animate da ambizione, ricerca del lusso, avidità e volontà di conseguire profitti, ma questi «vizi» alimentano il commercio, il lavoro e la ricchezza, creando condizioni favorevoli per tutti. Quando però le api decidono di diventare altruiste - ecco la «virtù» - l'economia si blocca:
diminuiscono i consumi, molte professioni non servono più e l'alveare smarrisce l'originaria armonia.
Spesso s'è voluto vedere in questo autore una sorta di machiavellismo borghese: dove il cinismo abbandona la politica e si trasferisce nell'ambito delle relazioni economiche e sociali. A ben guardare, però, l'autentica e più persuasiva lezione dello studioso olandese sta nel sottolineare come il rapporto tra morale ed economia sia talora complesso, ma soprattutto come l'incontro tra molti comportamenti individuali produca esiti che non sono necessariamente allineati alle intenzioni.
La celebre pagina di Adam Smith sulla mano invisibile, in fondo, non fa altro che riprendere quell'analisi quando ricorda che non è dalla benevolenza del fornaio, del macellaio e del birrario che ci attendiamo prodotti di qualità e a buon mercato, ma dal fatto che entro un quadro concorrenziale la loro esigenza di guadagnarsi di che vivere li porta a mettersi al nostro servizio.
Mandeville insegna che le azioni dei singoli non necessariamente producono un esito in sintonia con i propositi; e così dovremmo tutti aver ben chiaro come un politico che voglia essere «benevolente» causi danni quando con i soldi pubblici salva un'azienda vicina al fallimento, mentre un imprenditore di mercato che persegue solo il proprio vantaggio in tanti casi finisce per generare posti di lavoro, servizi utili al pubblico e tanti altri benefici.
Purtroppo, l'analisi sul disallineamento tra intenzioni individuali ed esiti complessivi è stata spesso messa da parte da quanti hanno letto Mandeville e la ricezione ha semmai sottolineato il lato più scabroso della favola. Negli anni Settanta non mancherà neppure chi, come Miklós Jancsó, rievocherà il sottotitolo di quel libro nel titolo di un suo film, Vizi privati,
pubbliche virtù, che prendeva le mosse dai fatti di Mayerling del 1889 (la tragica morte dell'arciduca ereditario d'Austria Rodolfo d'Asburgo-Lorena e della sua giovane amante, la baronessa Maria Vetsera, avvenuta il 30 gennaio 1889 nel padiglione di caccia imperiale di Mayerling) per sviluppare una critica ferocia all'ipocrisia di quella che allora era detta la «società borghese».
Non c'è alcun motivo di ritenere che il bene produca il male, e viceversa. Messa in questi termini, l'analisi di Mandeville sarebbe indifendibile sul piano etico e anche ben poco affidabile sul piano descrittivo. Ma non è infatti questo che siamo chiamati a cogliere in tale parabola moderna, la quale mette in scena alcuni insetti con l'obiettivo di descrivere gli esseri umani.
Va aggiunto che l'immagine delle api tornerà a più riprese nella riflessione sulla società. In un celebre passo del Capitale Karl Marx esalterà le logiche della pianificazione, contro l'anarchia del mercato e di altri ordini spontanei, evocando proprio l'alveare: «un'ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera, ma ciò che fin da principio distingue il peggior architetto dall'ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla nella cera».
Se Mandeville aveva aiutato a comprendere le dinamiche degli ordini che emergono dal basso grazie a interazioni volontarie,
Marx aprirà invece la strada a società organizzate dall'alto: prima pensate da un tecnocrate e quindi successivamente pianificate. E purtroppo l'età contemporanea finirà per ascoltare assai più il secondo che non il primo.