Pubblichiamo uno stralcio dell’articolo di Michel Houellebecq pubblicato da Le Figaro e ripreso dalla rivista online Snaporaz di Filippo d’Angelo. La traduzione è dello stesso D’Angelo, che ringraziamo. Houellebecq da sempre combatte una battaglia (laica) contro l’eutanasia, interpretata come eutanasia della Francia e dell’intero Occidente
Ormai è il momento, siete pronti, vi vergognate della vostra esistenza e l’eutanasia vi aspetta dietro l’angolo. Io che mi sono tanto divertito a sbeffeggiare Nietzsche – e anche questa volta non ho potuto rinunciarvi, è così buffo coi suoi baffi – vorrei però rendergli omaggio citando queste righe della Gaia scienza: Chi chiami cattivo?
Chi mira soltanto a incutere vergogna. Che cos’è per te la cosa più umana? Risparmiare vergogna a qualcuno. Forse, è penoso a dirsi, non siamo più del tutto umani. Dopo una traiettoria di alcuni millenni, l’Occidente sembra tornato all’antica saggezza animale che, quasi in tutte le specie sociali, spinge l’animale malato a staccarsi dalla tribù per morire solo – sapendo bene che non può aspettarsi alcuna compassione dai suoi congeneri, che anzi, come gli uccelli di Thomas Mann nella Montagna incantata, rischia di essere finito a colpi di becco. A lungo avevamo creduto di costituire una tribù di un ordine superiore; ci eravamo sbagliati, dicono gli animalisti, e questo ritorno alla legge animale – ecco la cosa più strana – dovrebbe essere considerato come un progresso. È in ogni caso assodato che il progressismo funziona in modo assoluto come un meccanismo a scatto. Quando una «conquista sociale» (aborto, abolizione della pena di morte, matrimonio omosessuale, qualsiasi cosa) ha avuto luogo, non se ne parla nemmeno di tornare indietro, che non venga in mente a nessuno. Questa petizione di principio è antidemocratica – quello che una legge ha fatto, un’altra legge può disfarlo; è almeno l’idea che ho io della legge –, ma permette di identificare il progressismo per ciò che è in realtà: un destino. Si ha forse ragione di pensare che sia vano lottare contro il destino, e che ogni tragedia debba giungere a compimento. Non posso fare a meno di pensare che chiedendo per i propri cittadini l’accesso all’eutanasia, sia la propria eutanasia che la Francia chiede. Alcuni si sono stupiti che io sia ostile a questo progetto di legge, proprio io che sono stato spesso definito con un neologismo bizzarro: “deprimista”. Sia pure. È vero che mi sono adoperato a scrutare i sintomi del suicidio occidentale, l’ascesa del nichilismo; ma non ho il ricordo di essermene rallegrato. Entriamo in un mondo dove sarà più facile morire; avrei preferito un mondo in cui si potesse vivere.
