Johan Turi, una specie di Dersu Uzala della Lapponia, cacciava sugli sci: le stelle, gli steli del cielo, gli facevano da bussola. Spesso dormiva «là fuori, nelle zone selvagge». Si preparava un talamo di rami sulla neve, si avvolgeva nella pelliccia. Emilie Demant Hatt, artista ed etnografa danese, parla di lui con ammirazione: «Turi si distende tranquillo nella natura immensa, il terrore delle lande desolate non ha alcun potere su di lui, che pure vive fra i misteri della natura; crede a tutte le cose malvagie che possono danneggiare un essere umano, ma crede anche che il male non possa attaccare chi è innocente e tratta con bontà e rispetto tutto ciò con cui viene in contatto».
Allevatore di renne, cacciatore di lupi, Johan Turi è morto nel 1936. Norvegese di etnia sami, ha raccontato i costumi del suo popolo in un libro, Vita del lappone ora riproposto da Adelphi, pagg. 196, euro 13 di catartica magnificenza. Il libro, pubblicato in danese, per la cura di Demant, nel 1910, è la prima diretta testimonianza di un mondo, quello dei tuareg del Nord, ormai al tramonto. Dagli inizi del Novecento, infatti, i sami sono stati sistematicamente vessati da Norvegia, Svezia e Finlandia, attraverso provvedimenti intesi a sradicarne i miti, la lingua, le abitudini nomadi. Più di recente, le loro leggende sono state miniaturizzate in folklore, il loro essere avvilito a cartolina natalizia, con renne e elfi in quinta.
Il libro di Turi sembra, per paradosso, l'ingresso in un altro mondo è, piuttosto, la riconquista (pur culturale, dunque vile) del mondo che ci appartiene da sempre. Il nomade lappone ci spiega che «la pernice bianca
è magica»: a secondo del suono che emette, «verrà neve, senza vento» oppure «bufera». Vedere il piviere di mattina presto porta sfortuna («l'anno sarà molto infelice per quella persona»); se una gazza o una cornacchia si appollaiano sulla tenda di un lappone, «sanno che in quella sida morirà qualcuno». Secondo la mitologia sami, «gli spettri non hanno testa» e volano «come uccelli». Quando lo sciamano tenta di liberare un allevatore posseduto dagli spettri, «parla lingue sconosciute»: sono le «lingue degli angeli», le lingue nuove, incomprense, di cui scrive Paolo nella Prima lettera ai Corinzi. Nella teologia frugale dettata da Turi, elementi dell'arcaico sciamanesimo si mescolano a quelli cristiani. Gli angeli del Maligno, nella visione sami, vengono trascinati su questa terra dal corvo. Alla fine dei tempi, Arturo, la stella di Boote che Turi chiama «Favtna» colpirà «con il suo arco» la Stella Polare («Boahje-naste»), «allora il cielo cade e schiaccia la terra, tutto il mondo si incendia e ogni cosa finisce».
Vita del lappone è un libro vertiginoso, francescano per brutalità: ci intima a riconquistare i boschi, la nostra patria, a interloquire con gli animali, fratellini nostri. Nelle campagne dove abito, il grano si taglia ancora dopo San Giovanni sembra neve e i preti benedicono il bestiame. Alcune vecchie credono che i morti vengano condotti nell'aldilà sul dorso degli aironi.
Un capitolo è dedicato alle «Arti mediche dei Lapponi». Se si ha mal di testa, bisogna «tirare i capelli... in modo che il sangue torni a scorrere normalmente»; se si ha mal di gola occorre sorbire la propria urina, «anche solo un cucchiaio, e stirare la gola in ogni direzione e frizionare più volte»; per vincere i geloni «bere sangue vivo di renna» è il rimedio più efficace. La vigilia di Natale, «la più grande festa dei Lapponi«, è «la sera più pericolosa»: se i bambini fanno chiasso e «c'è troppa empietà» appare il Maligno. L'unico modo per vincerlo è conoscere a memoria «la parola di Dio», allora il demonio si dilegua.
Qualche anno fa, Linnea Axelsson, poetessa svedese di etnia sami, ha pubblicato Ædnan, romanzo in versi che racconta l'epopea della sua gente. Il libro è stato tradotto nel 2024 in inglese, suscitando applausi e ricevendo premi; il Guardian ne ha detto meraviglie: «echi dalle saghe norrene si mescolano a una lirica d'impianto contemporaneo» che testimonia «una storia di assenze, fratture, fraintesi, annientamento». Ædnan tradotto in parte in: Voci di donne da Nord, Crocetti, 2025 è centrato sulla storia di due famiglie sami, dal 1913, quando i paesi scandinavi prendono provvedimenti rapaci contro i nomadi allevatori di renne, agli anni Settanta. Alcuni passi sono affascinanti, nitidi come una coltellata: «Vidi l'immenso/ rapace volare via/ Tutto era come sempre// ma c'era un'ombra». Ciò che si dice, in versi abbaglianti e fragili, come lupi origami, è lo sradicamento di una cultura. Nella motivazione dell'Augustpriset, il massimo riconoscimento letterario conferito dalla Svezia a un proprio autore lo hanno ottenuto, tra gli altri, il poeta premio Nobel Tomas Tranströmer, Par Olov Enquist e Torgny Lindgren si legge di «un'emozionante veste poetica conferita a un capitolo della storia del mondo nordico troppo spesso dimenticato». Come sempre, il canto arriva quando di un popolo non restano che le spoglie, musealizzate in favore del turista.
Johan Turi aveva la faccia buona: le rughe intagliavano il viso, ligneo, in profondità; nei suoi occhi si vedevano le stelle. Vita del lappone ebbe, nei decenni, un certo successo. Per la prima volta nella loro storia, ai sami fu data dignità letteraria. Tuttavia, «le entrate di Turi derivanti dalla vendita dei suoi libri rimasero modeste».
I lapponi si rifiutavano di leggerlo: tenevano in sospetto Turi, l'allevatore che aveva svelato i loro segreti.Quando un lupo ti azzanna il braccio, scrive Turi, devi afferrargli la gola, per strozzarlo: così la belva allenta la preda e puoi colpirla con un fendente.