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"La Vittimologa", il giallo che ribalta le regole: "Per capire un delitto bisogna partire dalla vittima"

Psicologa forense e criminologa, Carmen Garofalo porta nella narrativa la vittimologia investigativa. In “La Vittimologa” la ricerca della verità passa dalla storia di chi ha perso la vita, perché per comprendere un delitto non basta conoscere l'assassino

"La Vittimologa", il giallo che ribalta le regole: "Per capire un delitto bisogna partire dalla vittima"

Nel panorama del crime contemporaneo siamo abituati a seguire investigatori, profiler e forze dell'ordine nella caccia al colpevole. Ma cosa accade se il punto di partenza non è l'assassino, bensì la vittima? È da questa domanda che prende forma La Vittimologa. Tutti cercano l'assassino, lei indaga la vittima (Piemme), il nuovo romanzo di Carmen Garofalo, psicologa forense e criminologa che porta nella narrativa un approccio investigativo tanto originale quanto reale. Protagonista del libro è Gloria Farina, insegnante e specialista in vittimologia investigativa, una disciplina che prova a restituire voce a chi non può più parlare. Perché dietro ogni delitto non c'è soltanto un carnefice da individuare, ma anche una vita da ricostruire, una storia da comprendere e un'identità che rischia troppo spesso di essere ridotta a una semplice voce di cronaca. Attraverso una trama che intreccia morti sospette, segreti e indagini psicologiche, Garofalo accompagna il lettore in un percorso insolito, non la ricerca ossessiva del "chi", ma quella del "perché". Un cambio di prospettiva che affonda le radici nella sua esperienza professionale e che invita a riflettere sul modo in cui raccontiamo il crimine, le vittime e la verità. Nata a Cassano Ionio e oggi residente a Firenze, Carmen Garofalo lavora da anni nell'ambito della psicologia forense e della criminologia. Con La Vittimologa firma un romanzo che unisce competenza tecnica e sensibilità narrativa, aprendo una finestra su una disciplina ancora poco conosciuta dal grande pubblico. Nella nostra intervista abbiamo parlato di vittimologia, di scrittura, del rapporto tra realtà e finzione e di quel sottile confine che separa la ricerca della verità dal bisogno di dare un senso alle storie di chi non c'è più.

In genere nei gialli il lettore segue l'investigatore nella caccia all'assassino. In La Vittimologa sembra quasi accadere il contrario, il vero mistero è capire chi fossero le vittime. Quando ha capito che questo sarebbe stato il cuore del romanzo?

“Molti anni fa, su un treno di ritorno da Roma dopo una lezione specialistica proprio sulla Vittimologia e sull’Autopsia Psicologica. Questo metodo mi ha affascinata da subito e ho pensato che potesse essere anche un ottimo strumento narrativo, in un giallo, per spostare il focus, e quindi interrogarsi, su chi il male lo subisce. Vorrei sottolineare che questa tecnica viene utilizzata maggiormente nei casi di morte equivoca, laddove non è chiara la natura del decesso, come avviene nel mio romanzo. Incidente, omicidio o suicidio? È qui che interviene la Vittimologia”.

Nel romanzo scrive che "dopo ogni omicidio resta una domanda che nessuno si fa: chi era davvero la vittima?". Perché, secondo lei, la nostra società è così?

“Quando inizia un’indagine, di solito si parte dalla “morte” della vittima per poi spostarsi dapprima al suo ambiente ristretto e poi via via allargarsi come cerchi concentrici verso l’esterno, quindi sui primi sospettati, i loro alibi, i possibili moventi, i loro spostamenti. Tutto necessario. La vittimologia cosa fa, di diverso? Parte dalla vittima, come gli altri, ma a differenza degli altri sulla vittima rimane fino alla fine. È proprio su questo che Gloria, la protagonista, pone l’attenzione quando cerca di farsi assumere dall’avvocato per il quale poi diventerà consulente; la polizia c’è, nella vita reale come nel mio romanzo, ma c’è anche chi analizza la storia della vittima in ogni particolare, scava nelle sue abitudini, nei desideri e paure, in ciò che non amava, nei libri che leggeva e perché li leggeva, ricostruisce lo stato mentale immedesimandosi in lei con le “sue” caratteristiche personologiche, non con le proprie percezioni. Quest’ultimo è un elemento fondamentale che Enrico, il supervisore di Gloria, non smette di sottolinearle, devi conoscere la vittima talmente bene da capire, in questo momento, cosa potrebbe fare lei. Ma lei, non tu”.

Come spiegava, la protagonista, Gloria Farina, cerca di restituire una voce a chi non può più parlare. È stata una scelta narrativa anche "etica", quasi una presa di posizione contro un certo modo di raccontare il crimine?

“No, è stata solo una scelta narrativa. Credo, anche da lettrice, che un romanzo non debba impartire lezioni o lanciare messaggi, ma raccontare una storia e magari lasciare delle domande. Poi ognuno cerca e ci trova qualsiasi cosa, di solito quello di cui si ha bisogno. A me interessava introdurre nella narrativa qualcosa che già esiste nel panorama scientifico criminologico, è stata una sorta di esperimento, per me, raccontare il cambio di prospettiva sul crimine attraverso una protagonista che non si interroga su chi sia l’assassino, ma su cosa sia successo nella vita della vittima senza tralasciare alcun dettaglio. Vediamo che esperimento sarà per le lettrici e i lettori”.

Rimanendo sullo stesso punto, nel libro c'è una frase molto potente: “A volte la chiave del delitto non è nel carnefice, ma nella storia di chi è morto". Quanto questa idea cambia il modo in cui costruiamo il concetto stesso di verità?

“Gloria arriva alla verità proprio grazie alla ricostruzione degli ultimi giorni di vita delle vittime. Scopre cosa sia davvero accaduto senza soffermarsi sui sospettati, ma solo analizzando la storia della vittima, gli schemi di comportamento già messi in atto in passato, cambi di abitudini, stati d’animo, reazioni alle perdite, fattori di stress o eventuali indicatori di rischio. Questi si chiamano “ambiti di indagine retrospettiva” e possiamo paragonarli agli organi che disseziona un medico legale. Gloria non ha il corpo della vittima, ma la sua storia, crea una mappa psicologica con i post-it sull’anta dell’armadio e ne ricrea proprio l’esperienza. L’ho fatto anche io, nel processo di scrittura, sul mio quaderno, per riuscire a delineare proprio il ritratto delle vittime che ho raccontato. È solo da qui, dalla costruzione di questa mappa, spostando di continuo i vari elementi, che Gloria arriva alla verità del “cosa è successo”. Da lì, poi, la strada verso il “chi è stato”, almeno nel mio romanzo, è stata in discesa”.

La vittimologia “costringe” a entrare nell'intimità delle persone. Durante la scrittura si è mai trovata a cambiare idea su uno dei suoi personaggi man mano che ne ricostruiva il passato, proprio come accade alla sua protagonista durante le indagini?

“Pensi che all’inizio l’assassino doveva essere un altro. Poi ho cambiato idea proprio perché il passato dei miei personaggi mi ha direzionata altrove. Per me è stato fondamentale, nello studio che ha sostenuto la scrittura, fare un profilo psicologico di ogni personaggio della trama gialla, non solo delle vittime. Qui sposto un attimo l’attenzione dalla vittimologia all’indagine tradizionale, un movente ha sempre a che fare con la psicologia e se guardiamo bene nel passato di chi commette un atto criminale, riusciamo quasi sempre a trovare delle tracce, magari ai tempi insignificanti, che oggi spiegano il perché”.

Nel romanzo il passato sembra avere un peso enorme sulle vite dei personaggi. Crede che siamo davvero la somma delle nostre esperienze o esista sempre la possibilità di riscrivere la propria storia?

“Credo entrambe le cose. Ma le rispondo con Freud che afferma che tutto ciò di cui facciamo esperienza non si dimentica, anche se rimane a livello inconscio. Dobbiamo essere ben consapevoli che tutto quello che abbiamo vissuto, dolori e gioie, fa parte di noi, e resta. La riscrittura dell’esperienza sta anche nei modi che riusciamo a trovare per gestire questi dolori e queste gioie. Perché sa, anche le gioie vanno gestite. E lo possiamo fare in due modi, o governandoli o rimanendone intrappolati. Qui si gioca tutto. Anche Gloria dovrà fare i conti con il suo passato, che è fatto di segreti e di non detti che inevitabilmente la condizionano e la mettono anche nei guai”.

Gloria insegna in un liceo delle scienze umane e vive circondata da giovani che cercano risposte. C'è un legame tra il suo lavoro di docente e quello di vittimologa?

“Sì, Gloria fa la supplente in una scuola, all’inizio fatica a trovare lavoro come psicologa forense. C’è un legame con un personaggio in particolare, Claudio, che fa da ponte tra il liceo e lo studio legale dove Gloria lavorerà, ma la scuola diventa anche il contesto dove ho fatto sperimentare alla mia protagonista la curiosità dei ragazzi sul suo lavoro di vittimologa e anche la ritrosia che invece alcuni adulti possono avere, ragionevolmente, sul racconto dei crimini. Ma il male esiste, e va raccontato. Dipende come”.

Lei lavora quotidianamente con le storie delle persone. C'è qualcosa che la realtà le ha insegnato sulle vittime che la narrativa e il racconto mediatico spesso non riescono a restituire?

“Dalla realtà si impara che nella storia di chiunque esistono le contraddizioni. Sono proprio queste che mi interessano e spesso cerco nei romanzi e nelle poesie che leggo proprio il racconto di queste contraddizioni che ci rendono esseri umani molto complessi, sia nel fare del male sia nel subirlo e quindi anche nel modo di reagire. C’è Walt Withman che ritrae perfettamente questo concetto in “Canto di me stesso”: “Mi contraddico? Certo che mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini”.

Senza svelare troppo, quale è stata la sfida più difficile nella costruzione del romanzo: nascondere l'identità del colpevole o rendere credibile e umanamente complessa la vita delle vittime?

“Sicuramente la seconda. Il mio obiettivo è sempre stato quello di dare un maggior peso narrativo ai personaggi delle vittime, anche se muoiono nella prima pagina. Attraverso il lavoro di Gloria ho voluto che si delineassero le loro vite come fossero personaggi ancora parlanti, che si muovono nelle pagine e che a loro volta muovono gli eventi. Nei casi di cronaca nera assistiamo spesso a una sorta di "consumo" della vittima; fotografie, dettagli privati, ricostruzioni della sua vita”.

Crede che oggi si ascoltino davvero le vittime o che, paradossalmente, si finisca per cancellarne la complessità?

“Dipende da ciò che ci interessa davvero, della vittima, e a che fine. Possiamo scegliere, per quanto difficile a volte, soprattutto oggi, di non “consumare” anche noi la vittima. Ognuno può fare la sua parte: chi indaga, chi racconta, chi ascolta, chi scrive”.

Come accennato, lei è psicologa forense e criminologa. Scrivendo questo romanzo, si è trovata più spesso a utilizzare gli strumenti della professionista o quelli della narratrice?

“Ho cercato di trasformare gli strumenti professionali in narrativa e perciò è stato necessario che questi strumenti subissero delle licenze. Non nascondo che ho avuto e ho tuttora timore di quello che possano pensare i colleghi nel leggere il libro e trovarvi i necessari aggiustamenti alla tecnica. Ho avuto molti confronti su questo tema proprio con il mio editor. Ma il mio obiettivo è stato quello di scrivere un romanzo, e quindi raccontare una storia, non un saggio di Vittimologia”.

In un'epoca in cui il true crime è diventato un fenomeno culturale, pensa che esista il rischio di trasformare il dolore reale in intrattenimento? Dove dovrebbe essere posto il confine?

“Dipende da chi lo fa e dall’uso che ne fa chi ne fruisce, il confine è qui. Cosa ne voglio fare di quello che ricevo dal racconto? Voglio trasformarlo in gossip o chiacchiere da social oppure tendere quanto più possibile all’oggettività? C’è qualcosa che mi preme, e approfitto di questa domanda, sia come psicologa forense sia come autrice, ed è l’uso delle parole in ambito tecnico quando si racconta un crimine o un’indagine. Non è una questione di “legalese”, ma il linguaggio diventa ancora più importante quanto più un caso è mediatico e quindi entra nelle nostre case a qualsiasi ora del giorno. Non fare una differenza, per esempio, tra ciò che è perizia, quindi terza e imparziale, e ciò che è consulenza, quindi di parte, può deviare dal significato, perché poi è proprio questo significato che ritrae la realtà che alla fine giunge a chiunque. Se dalla televisione o dai giornali mi arrivano le conclusioni di una consulenza di parte, quale che sia questa parte, come fossero verità assolute, le classiche “svolte” nelle indagini, è più facile che io sia portata a investirle di un significato probatorio che invece non hanno o non hanno ancora. Ma anche qui, come le rispondevo prima, dobbiamo darci la possibilità di poterci informare bene e quindi di ritrovare quanta più oggettività. E di saper aspettare, anche. Perché se i tempi della giustizia sono troppo lunghi, quelli dell’opinione pubblica rischiano pericolosamente di azzerarsi sempre di più, tanto che poi di una sentenza non ci importa più nulla, quando arriva, perché noi l’abbiamo già data. Mi riferisco al presente ma anche al passato”.

La sua protagonista, Gloria, afferma che anche chi non può più parlare ha ancora qualcosa da dire. Alla fine del romanzo, secondo lei, chi racconta davvero la storia: l'investigatrice o le vittime stesse?

“Il loro dialogo.

Gloria inizia a parlare con una delle vittime, solo una. Non lo fa subito, prima esplora la sua vita, poi entra sempre di più in empatia con lei e questo dialogo continuo permette che la storia della vittima venga raccontata nella sua complessità”.

La vittimologa

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