La lezioni di Pasolini, a sinistra prendono lucciole per lanterne

Il ritorno delle piccole creature notturne è usato da Repubblica per attaccare il berlusconismo. Pier Paolo aveva in mente ben altro. Lo scrittore ne era affascinato, ma ne diede una lettura politica e sociologica

La lezioni di Pasolini, a sinistra 
prendono lucciole per lanterne

Ho visto l’altra notte in solitudine una lucciola. Era in un cespuglio ai piedi del parco naturale dell’Uccellina, c’erano i grilli e qualche estrema cicala friniva prima di morire con l’ultimo lascito d’estate. Mi sono avvicinato incredulo, convinto che si trattasse di un abbaglio, o di un filo della luce artificiale; una lucciola, in autunno... la nostalgia può dare microscopiche allucinazioni. E invece era lì, timida e dispersa. Non vedevo una lucciola da dieci anni, almeno. Le avevo viste da bambino e miracolavano le sere d’estate; ricordo come in un sogno una passeggiata serale ai primi di giugno, noi bambini avanti e i grandi dietro, e quelle infime stelle a nostra altezza che balenavano tra le siepi - vedetele ma non cercate di afferrarle perché si spengono, ci dicevano le mamme - e poi l’odore intenso di quei campi, l’incanto del cielo stellato e il canto dei grilli che riempiva il buio. Poi non le ho viste più per tanti anni, e mi ero convinto che Pasolini avesse ragione a denunciarne la scomparsa. E invece le rividi una notte in Abruzzo, e poi ancora nella campagna pugliese, nel profondo nord e a Talamone dove ce n’erano tante passeggiando la sera verso la rocca, prima che decidessero di sparare i riflettori, massacrando così le lucciole e l’incanto. Poi non le ho più viste ed ho nuovamente creduto che fossero scomparse. Ora ne ho ritrovata una, profuga sperduta e fuori stagione, ma non l’ho trovata per caso.

L’ho cercata apposta in una sera solitaria di fine settembre, addentrandomi in una campagna, dopo aver letto e ascoltato a Mantova Georges Didi-Huberman, filosofo dell’arte, che raccontava il ritorno delle lucciole di Pasolini in Italia, addirittura in pieno centro a Roma. Vorrei dargli ragione e annunciare con lui il loro trionfale ritorno; ma non è così, si affacciano sparute ai margini del bosco, piccole superstiti di un mondo antico e naturale; però non sono mai sparite in realtà, sono magari decimate, affievolite, usano fiochi anabbaglianti sopraffatte dalle luci artificiali. Ma l’intellettuale francese vissuto per anni in Italia usa le lucciole come allusivo presagio di un rivolgimento politico; in un suo testo apparso su la Repubblica, Didi-Huberman lega il ritorno delle lucciole in Italia ad una sorta di resistenza ai riflettori del potere berlusconiano e leghista. Ma secondo Pasolini le lucciole erano scomparse quando non era ancora apparso il Cavaliere, con le luci delle sue tv e i fari delle ronde leghiste: a voler replicare con un’allusiva datazione politica, le lucciole di Pasolini erano scomparse ai tempi del ’68 e del centro-sinistra. Ma lascio cadere il grottesco accostamento tra natura e politica, tra poesia e potere. Preferisco tenermi i ricordi dell’infanzia e perfino le loro trasfigurazioni in cartoni animati, come la mitica Trilli Campanellino.

Ho però il sospetto che Didi-Huberman non rimpianga il tempo delle lucciole ma il tempo dei Pasolini e dei Marcuse. Pasolini attribuiva la loro scomparsa all’inquinamento ambientale, alle luci artificiali e alla protervia consumista del nuovo capitalismo e proponeva un disperato baratto: darei l’intera Montedison, diceva, pur di riavere le lucciole. Ma col tempo scomparve anche la Montedison, senza avere indietro il mitico passato. Pasolini sottintendeva che avrebbe dato il progresso in cambio di un ritorno alla natura e alla sua primordiale poesia. Sappiamo invece che nessuno rinuncerebbe ai cellulari, al computer e alla tv in cambio delle lucciole; però fa rabbia vedere che il progresso fa strage di lucciole e non di zanzare. Anche in natura, e non solo tra gli umani, gli esseri innocui e luminosi periscono e invece resistono i molesti che succhiano il sangue. Ma Pasolini l’antimoderno vedeva la scomparsa delle lucciole come il simbolo e la metafora del degrado di un mondo religioso e contadino e riteneva le lucciole «un ricordo, abbastanza straziante, del passato». Rimpiangeva i valori del passato e polemizzava con passione oscurantista contro la civiltà dei Lumi che uccide la magia del buio, l’incanto della notte e il mistero fascinoso della natura. La nostalgia è un dolce sentimento che apre l’anima al mito e alla poesia; diventa nociva e acida se vuol mutare in politica. Allora da sentimento si fa risentimento e pretende di far scontare la loro scomparsa a qualcuno.

Pasolini era un temperamento politico, violento, passionale; ma quel che resta di quel suo amore per il passato e la natura è la tenerezza del poeta e non la veemenza del militante. Resta il ricordo struggente delle lucciole, del mondo antico rurale e della mitica infanzia; non certo l’invettiva contro il potere e la Montedison. E poi la bellezza delle lucciole è anche nella loro labile precarietà. All’intellettuale francese che scambia lucciole per lanterne politiche, vorrei ricordare quanto raccontava Giacomo Noventa, poeta veneto e socialista sui generis. Un signore cercava in Piccadilly Circus, fervente di luci, l’orologio d’oro che aveva perduto; dopo vane ricerche, gli chiesero se fosse sicuro di averlo perso proprio in quella piazza. Lui rispose: «No, l’ho perso ad Hyde Park ma lo cerco qui perché c’è più luce». È più sensato cercare le lucciole nel buio antico e magico delle origini e della nostra irripetibile infanzia piuttosto che ostinarsi a farlo dove è più facile cercarle ma dove è impossibile trovarle. Sono tornato dopo mezz’ora sul luogo in cui l’avevo vista. La siepe taceva, la cicala era scomparsa, l’autunno aveva ripreso il sopravvento. La lucciola non c’era più, forse non c’era mai stata. Ma la sua luce mi è rimasta dentro.