Ma Londra vuol bloccare tutto: la Costituzione ormai è morta

Blair: la gente è preoccupata dall’economia e dall’immigrazione. Kinnock: ulteriori ratifiche aumenterebbero la disaffezione verso l’Unione

Alessandro M. Caprettini

nostro inviato a Bruxelles

Ma è morta o no? Davanti al pressing condotto dal duo Juncker-Barroso, che han chiesto espressamente la prosecuzione delle ratifiche per poi esaminare con calma la sorte del trattato costituzionale, Tony Blair sceglie il classico contropiede all'italiana, non mancando di stringere intese preventive con alcuni Paesi dell'Est da tempo in orbita britannica: Polonia, Repubblica Ceca, Paesi baltici. È intenzionato il premier inglese a rivolgere «formalmente» la domanda a Jacques Chirac quando i due si vedranno a metà mese a Bruxelles per il programmato summit dei capi di Stato e di governo.
«La vostra è da considerare una bocciatura o uno scherzo?» l'interrogativo che 4/5 premier rivolgeranno all'inquilino dell'Eliseo. Che non si tratti di gioco retorico è evidente. Se Chirac - che ha già detto di voler andare a questo punto a rappresentare le ragioni del «no» - confermerà com'è probabile il non gradimento, a quel punto Blair sosterrà senza alcun impaccio che ulteriori ratifiche sono assolutamente inutili. Bisogna, se del caso, ricominciare da capo. E su altri terreni, non su quello scivoloso dell'assetto istituzionale.
L'ha anzi già messo nero su bianco, il premier britannico, cosa bisogna approfondire: «C'è tutto un altro dibattito in atto in Europa, tra la gente. Riguarda il lavoro, la sicurezza economica, la riforma dei servizi e lo stato sociale nell'era della globalizzazione, l'immigrazione illegale e la criminalità organizzata».
Non l'ha detto esplicitamente Blair di voler mettere in mora Chirac. Ma al posto suo ci ha pensato Neil Kinnock, già vice di Prodi e commissario ai Trasporti, blairiano di ferro. Che ieri, dai microfoni della radio pubblica inglese, ha puntualizzato come «i leader europei devono accettare che la Costituzione è bella e che defunta dopo il rifiuto francese. E che insistere per altre ratifiche vuol dire solo aumentare la disaffezione degli europei nei confronti delle istituzioni comuni». Una decisione, quella britannica, che certo leva le castagne dal fuoco di Blair senza farlo scottare e che diviene più facile se, come pare, il premier ha trovato nel frattempo alleati su questa linea. Si è detto di polacchi, cechi e baltici. Ma anche il premier danese Anders Fogh Rasmussen (nel cui Paese il referendum è previsto per fine settembre) è parso sulla stessa linea: «Sarà il vertice di metà giugno a decidere se il processo delle ratifiche dovrà andare avanti», ha detto. Ignorando del tutto quanto Junkers - che ieri ha incontrato a Lussemburgo Zapatero - e Barroso vanno sostenendo da giorni: e cioè che non si cambia una virgola rispetto alla procedura delle ratifiche previste in ogni Paese.
Prova a farsi mediatore delle posizioni l'austriaco Schüssel. Fa sapere che tenterà di sottoporre al summit dei capi di Stato e di governo l'idea di un nuovo referendum da svolgersi in tutti e 25 gli Stati soci nello stesso giorno. I cui risultati saranno da valutare con doppia maggioranza (di Stati e di voti dei cittadini). Ma è difficile che l'ipotesi possa anche solo germogliare. Troppi e diffusi gli screzi, tra cui quello di non poco conto dei contributi che gli Stati devono fornire all'Unione (fondi strutturali) sui quali nel frattempo gli sherpa diplomatici continuano a litigare.
Né le prospettive paiono poter migliorare quando ci sarà il passaggio di mano della presidenza semestrale. Quando cioè Junkers lascerà proprio a Blair. In Gran Bretagna buona parte della stampa parla di guerra alle viste proprio con Chirac (e con Schröder il quale però deve vedersela con le elezioni di settembre). E su tutto s'innalzano sempre più i dubbi sul futuro processo d'integrazione. Tanto che l'ex premier belga Datene, che fu vice-presidente della commissione Giscard assieme ad Amato, ha ammesso ieri come non solo il summit di giugno sia «troppo presto per cercare una ricucitura», ma come sia quasi scontato uno stop all'allargamento. Nulla è sicuro, tranne una cosa: Bruxelles è groggy dopo il no francese.

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