Luciano Emmer, il regista che aprì il sipario del "Carosello"

Muore a 91 anni il maestro milanese che esordì nel ’50 con "Domenica d’agosto" e inventò la pubblicità sulla tv pubblica

Luciano Emmer, il regista che aprì il sipario del "Carosello"

Quando scompaiono molto in là con gli anni, le celebrità non sono quasi più tali: si riducono a sopravvissuti. Luciano Emmer ne era consapevole più degli altri, come ideatore del siparietto - che si apriva su un altro siparietto e così via - della prima sigla di Carosello. E come regista di centinaia di cortometraggi pubblicitari. Così ha saputo sempre che doveva innanzitutto arginare l’oblio ed è giunto ai novantuno anni col nome spesso sui giornali.

Anche la settimana scorsa, per la proiezione alla Mostra di Venezia, nella retrospettiva «Questi fantasmi 2», della Ragazza in vetrina (1961), coproduzione franco-italiana. Fino alla sua morte, ieri, a Roma, il regista milanese era, con Marina Vlady, l’ultimo superstite di quell’impresa che aveva coinvolto anche Pier Paolo Pasolini, uno degli sceneggiatori, e José Giovanni, ancora in fama di sfuggito alla ghigliottina e non ancora di regista.

Del resto, come Mario Monicelli, Leni Riefenstahl e Manuel de Oliveira, Emmer è stato attivo fino all’ultimo giorno. E i grossi festival l’accoglievano anche quando portava film ormai trascurabili, anche se il prezzo dell’assiduità era inflazionare inutilmente un curriculum che vantava alcuni titoli che restano.

Emmer aveva cominciato coi cortometraggi sui vent’anni, quando il Regno d’Italia aveva affidato la sua gioventù colta ai Littoriali e alla Scuola di mistica fascista. Ma il suo primo film è del 1950, Domenica d’agosto (dvd Medusa), uno dei primi con Marcello Mastroianni, doppiato, nell’occasione, da Alberto Sordi. Lo sfondo è balneare, il tono da commedia, ma l’intento è più severo che sarcastico: mostrare gli attriti di classe dell’Italia che risorgeva dalle macerie mantenendo le sue barriere sociali. Più disinvolto era, già nel 1951, Parigi è sempre Parigi, ancora con Mastroianni, sulle velleità di alcuni turisti, più che tifosi, giunti nella capitale francese col pretesto della partita di calcio della Nazionale.

Affermatosi come regista di storie collettive, Emmer proseguiva dunque con Le ragazze di piazza di Spagna (1952), storia di tre sartine della Casa Fontana. Con Terza liceo (1953), altra storia di gruppo, Emmer lanciava Isabella Redi, ovvero Ilaria Occhini, figlia di Barna (con Giovanni Spadolini aveva fondato, alla fine del 1943, la rivista Italia e Civiltà) e nipote di Giovanni Papini. Nel 1990, con Basta! Ci faccio un film, Emmer aggiornerà la stessa storia, chiudendola con l’esplosione di un televisore come per vendicare la sua epoca. Che già allora era tramontata.