Una carriera immacolata. Fabio De Pasquale, il pm del caso Eni, riesce a lasciare la magistratura - dopo 42 anni di servizio - senza alcuna conseguenza dell’inverosimile comportamento tenuto durante il processo, quando nascose prove decisive a favore degli imputati.
Incolume davanti alla giustizia penale, grazie alla sentenza della Cassazione che in giugno ha annullato la condanna inflitta in primo e secondo grado.
E incolume anche sul piano disciplinare: il procedimento che lo attendeva, e che era pronto a ripartire dopo la sentenza della Cassazione, viene archiviato dal Consiglio superiore della magistratura per il più semplice dei motivi: De Pasquale non è più un magistrato.
Ha giocato d’anticipo, e il 7 luglio scorso si è dimesso, andando in pensione con un anno d’anticipo. Col cerino in mano, resta Sergio Spadaro, il giovane collega che lo affiancava nel processo ai vertici di Eni, e che ne condivise le scelte: per lui la
ripartenza del procedimento disciplinare è imminente.
De Pasquale e Spadaro erano stati condannati a otto mesi di carcere per rifiuto di atti d’ufficio per avere imboscato i documenti che dimostravano come il loro prediletto testimone d’accusa contro Eni, l’avvocato Vincenzo Armanna, fosse in realtà un mestatore e un calunniatore. Una macchia pesante per De Pasquale dopo una vita spesa in inchieste ad alta visibilità contro i poteri forti: prima Craxi, poi Berlusconi, poi l’Eni.
In giugno, però, la Cassazione ha annullato la condanna. A questo punto era pronto a ripartire il procedimento disciplinare avviato contro De Pasquale sia dalla Procura generale della Cassazione sia dal ministro della Giustizia, sospeso nel 2024 dal Csm in attesa dell’esito del procedimento penale.
L’assoluzione faceva decadere la più grave delle contestazioni disciplinari. Ma teneva in piedi la seconda, secondo cui i due pm «violando i doveri di imparzialità, correttezza e lealtà processuale, tenevano un comportamento gravemente scorretto nei
confronti delle parti, dei loro difensori e del Tribunale. Segnatamente, a conoscenza e in possesso di elementi rilevanti ai fini della valutazione di attendibilità dell’imputato Armanna non hanno provveduto a metterli tempestivamente a disposizione delle Difese e del Giudice, nei tempi e modi indicati dalle disposizioni di legge».
Comportamenti documentati dalle indagini, che la Cassazione (non si sa come, le motivazioni non sono ancora note) ha considerato «non costituenti reato», ma che il Csm avrebbe faticato a considerare deontologicamente corretti.
Così, De Pasquale preferisce uscire di scena, anche perchè è stato declassato da procuratore aggiunto a semplice pm. E perchè (come racconta ieri la Stampa, rivelando la notizia delle dimissioni) lo aspetta un brillante incarico internazionale.
