Si scava nel telefonino di Abderrahim Fakir alla ricerca di elementi utili per dare una risposta a una domanda rimasta ancora aperta, a più di un mese dalla morte del 42enne a seguito della manovra di contenimento di due poliziotti: cosa ci faceva la mattina del 19 luglio al quartiere Pilastro di Bologna, dove non risiedevano né lui né i suoi parenti, e in quelle condizioni di alterazione? Manca, perché non è stato rinvenuto, il secondo cellulare, proprio quello che Fakir usava e dove potevano esserci elementi utili per ricostruire gli ultimi giorni e le ultime ore del 42enne.
Ieri i preliminari accertamenti medico legali sul cuore non avrebbero evidenziato patologie cardiache pregresse, ma il legale dei poliziotti Gabriele Bordoni evidenzia: «Non si trattava dell’esame vero e proprio alla presenza di tutti i consulenti». Restano per ora i dati emersi nella prima fase autoptica, l’emorragia polmonare, i segni da schiacciamento - che secondo il legale della famiglia di Fakir, Fabio Anselmo, avrebbero provocato il decesso per asfissia - e le tracce di sangue nel cervello, che secondo Bordoni, non sarebbero compatibili con un’origine traumatica. Per il legale lo stesso sanguinamento alveolare potrebbe avere altre spiegazioni e per questo si attendono i risultati degli esami tossicologici, così da capire «quanta cocaina avesse assunto e da quanto tempo la assumesse». Procedono le analisi su tutto quello che è stato sequestrato. Sono state trovate tracce biologiche sulla maglietta bianca indossata dal residente della zona contro cui si è scagliato Fakir poco prima dell’intervento dei poliziotti. L’uomo era a bordo di un’auto quando il marocchino gli si sarebbe scagliato contro. Lo avrebbe «violentemente spintonato», spiega l’avvocato degli agenti, e avrebbe «preso a pugni il cofano». È stata proprio questa «colluttazione», a costringere gli agenti a intervenire. Ora la Procura vuole ricostruire nel dettaglio che tipo di contatto ci sia stato. «Se su quella t-shirt ci fosse il sangue di Fakir il quadro cambierebbe», dice Bordoni.
Ma un testimone, il 37enne kosovaro che ha aiutato i due poliziotti a immobilizzare Fakir, tenendogli i piedi, al Giornale spiega che «il marocchino si è scagliato addosso» al residente, «non per iniziare una rissa ma perché era sfinito». Lui, già sentito dai pm, denuncia di essere vittima da quel giorno di insulti e minacce per aver aiutato gli agenti, tanto da dover scappare dal quartiere. Di quella mattina ricorda di essere stato svegliato dalle grida intorno alle 10.45: «Fakir stava delirando. Tirava testate sui gradini e contro il garage, ecco perché era pieno di sangue. I condomini hanno chiamato la polizia e i due agenti che sono arrivati hanno cercato di calmarlo chiedendoci anche di portare dell’acqua». Ma calmarlo era «impossibile», «sputava l’acqua» ai poliziotti. Resta poi da capire se le frasi gridate da Fakir nel suo stato di alterazione («dammi fuoco e uccidimi») possano essere collegate a un incontro avuto quella mattina. E non si esclude che la sua presenza al quartiere Pilastro fosse legata alla ricerca di sostanze stupefacenti. I parenti hanno sempre dichiarato di «non sapere nulla dei problemi psichiatrici» di Fakir. L’unica a confidare qualche preoccupazione è stata la moglie italiana Barbara, che racconta di averlo «sentito telefonicamente qualche settimana prima in uno stato un po’ depressivo».
