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Magistratura

Il post choc del magistrato sulle auto, l’intervento della toga del CSM: fin dove ci possiamo spingere?

Il magistrato, come cittadino, ha diritto di esprimere le proprie opinioni. Ma quando interviene su temi politici e sociali la sua parola assume un peso particolare: Bernadette Nicotra, membro togato CSM, spiega la necessità di trovare un equilibrio tra libertà di espressione e tutela dell’indipendenza della magistratura

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La vicenda del post della collega Teresi impone una riflessione sui rapporti tra magistratura e media.

Un po’ di tempo fa Gaetano Silvestri, ex presidente della Corte costituzionale, affermava che sarebbe opportuno che i magistrati si astenessero da dichiarazioni o prese di posizione su temi di rilievo politico immediato, a meno che non si tratti di interventi in sedi culturali o scientifiche qualificate. Diceva anche che non abbiamo bisogno di giudici che dispensano quotidianamente la loro saggezza su tutto e su tutti perché gli effetti della loquacità di alcuni si ripercuotono talvolta sull’intera categoria, anche perché non sempre le dichiarazioni mostrano una sufficiente informazione.

Quella di Gaetano Silvestri è un’affermazione molto netta che evidenzia come la questione del rapporto tra magistratura e media debba essere più correttamente affrontata come patologia del sistema, come torsione nei casi dell’uso improprio e inopportuno dei media.

Ci tengo subito a sgombrare il campo da equivoci chiarendo che difendo la libertà di manifestazione di pensiero del magistrato cittadino, ma nello stesso tempo non condivido le cadute di stile e le uscite inopportune ad opera di alcuni magistrati allorché intervengono nel dibattito pubblico su temi sociali e culturali sensibili. Così rischiamo di tracimare in una pericolosa deriva ogniqualvolta che per l’ansia di apparire, di voler sempre e a tutti i costi esternare il proprio pensiero, di stare al centro del dibattito, si crea un indiscriminato utilizzo dei social da parte del singolo magistrato.

Questa ansia di apparire, se priva del necessario self restraint, finisce per creare maggiori tensioni ogniqualvolta il magistrato interviene sui social al di fuori della propria attività giurisdizionale, col rischio di impattare sulla fiducia che il cittadino deve riporre sull’ordine giudiziario, con ciò rendendoci meno credibili e finendo per contribuire noi stessi alla nostra delegittimazione.

Occorre renderci conto del fatto che la parola di un giudice su alcuni temi della vita politica e sociale possiede un plusvalore perché può generare nell’opinione pubblica la convinzione che le opinioni personali del magistrato corrispondono a precetti giuridici e valoriali.

Più sono ampi gli spazi di libertà espressiva del singolo magistrato e della magistratura nel suo complesso, più è necessario trovare un bilanciamento tra beni e interessi costituzionalmente garantiti, ovvero tra il diritto del magistrato di manifestare liberamente le proprie opinioni, sancito all’articolo 21 della Costituzione, e i doveri connessi alla funzione giudiziaria, di dover non solo essere ma anche soprattutto apparire indipendente e imparziale, anch’esso garantito dalla carta costituzionale.

L’equilibrato bilanciamento si rinviene nel principio espresso dalla Consulta con la sentenza n. 100 del 1981, sempre attuale, che non comprime il diritto alla libertà di manifestare le proprie opinioni ma ne vieta soltanto l’esercizio anomalo, l’abuso. Questa non è una sentenza ma è la sentenza che traccia i confini entro i quali si deve muovere la libertà di opinione del magistrato.

Ma non è affatto una regola di silenzio che il legislatore costituzionale prescrive ai magistrati, quanto piuttosto una regola di equilibrio e di misura, che impone di evitare un uso improprio del proprio ruolo e dei propri poteri utilizzando in modo incontrollato e strumentale i social.

Tutto sta dunque nel verificare quando si realizzi questo abuso.

In assenza di un quadro normativo e regolamentare di riferimento è difficile valutare e verificare quale utilizzo anomalo faccia il magistrato dei social-media.

Tuttavia ci devono essere dei rimedi, che in parte sono stati devoluti alla giurisprudenza disciplinare, nonostante per il giudice disciplinare risulti difficile trovare una linea di giudizio omogenea di fronte alla fluidità dei casi che possono prospettarsi, che spesso restano sullo sfondo privi di seguito sanzionatorio perché vanno ben oltre la tipizzazione disciplinare. Questo perché ciò che scrive un magistrato nella propria pagina Facebook non è un contenuto privato, ma acquista una dimensione pubblica, capace anche di catalizzare il consenso attorno ad un tema sensibile, perché chi esercita la giustizia è legato a dinamiche fiduciarie ed una lesione dell’indipendenza può compromettere il rapporto di fiducia tra magistrato e cittadino.

Ecco perché ritengo che occorra trovare una regolazione di massima: oggi forse non sono più sufficienti i precetti di soft law dettati nel codice deontologico dell’ANM, ma è necessario elaborare delle linee guida che, senza imbavagliare il diritto del magistrato ad esprimere le proprie opinioni, siano idonee non solo ad evitare abusi o utilizzi anomali dei social media, ma anche e soprattutto a creare una cultura della buona comunicazione da parte del magistrato, funzionale a preservare la fiducia che i cittadini devono riporre nel sistema giudiziario.

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