Un’invasione lenta e prolungata nel tempo. L’islam tenta di penetrare i gangli delle nostre vite attraverso una velata ma ben organizzata sostituzione etnica le cui regole partono dai vertici della fratellanza Musulmana. E, come Il Giornale ha scritto in esclusiva, la nuova rivoluzione islamista porta nel nostro ordinamento l’applicazione della legge islamica in Italia. A Padova è nata la Camera Arbitrale Islamica Italiana, un’associazione costituita il 3 marzo 2026 in via Armistizio 13 (dove si trova una palazzina di due piani color giallo sbiadito con la facciata scrostata) che punta espressamente alla comunità musulmana dell’intero Paese. Non è un progetto circoscritto al Veneto: lo statuto parla della «comunità islamica italiana», consente l’apertura di sezioni e sedi secondarie e il regolamento stabilisce addirittura Milano come sede dell’arbitrato quando non venga individuata diversamente. Sul proprio sito l’organismo si presenta con uno slogan molto chiaro: «La vostra via alla Giustizia Islamica in Italia».
E quello che viene costituito per decidere le controversie viene chiamato «Tribunale Sciaraitico», composto da uno o tre arbitri. Il procedimento deve essere ispirato ai «canoni di diritto processuale della sharia». Quando decide secondo equità, il Tribunale deve tenere conto dei principi della legge islamica. Ma soprattutto, quando decide secondo diritto, il regolamento stabilisce che «applica i precetti della sharia comuni alle nazioni islamiche». Se le parti hanno la stessa cittadinanza di uno Stato che incorpora la sharia, viene applicata addirittura la sharia così come interpretata in quel Paese. Soltanto «per le situazioni e le questioni non regolate dalla sharia» viene richiamato il diritto italiano. È la Camera stessa a collocare i precetti sciaraitici al centro del sistema decisionale che propone ai musulmani italiani, relegando nel testo del regolamento il diritto italiano alle questioni non disciplinate dalla sharia: una sostituzione etnica in piena regola.
Dietro la costruzione del regolamento, inoltre, ci sarebbero professionisti con competenze giuridiche italiane.
Ma l’iniziativa vedrebbe coinvolti in primis cittadini italiani: è la stessa Camera a dichiarare che le proprie regole sono state scritte da persone con esperienza nell’«insegnamento giuridico universitario» e a presentare gli arbitri come esperti sia di diritto secolare sia di dottrine sciaraitiche. Il regolamento richiama ripetutamente il codice di procedura civile, le tabelle forensi e istituti dell’ordinamento italiano. E l’ambizione non sembra fermarsi neppure ai confini nazionali: rivendicano per i propri lodi la possibilità di ottenere il riconoscimento internazionale attraverso la Convenzione di New York (la città del sindaco musulmano Mamdani) e propongono una clausola da inserire nei contratti per deferire le controversie alla Camera.
La sharia regola ogni ambito dell’esistenza di un islamico: è un complesso di principi religiosi e giuridici derivati principalmente da Corano e Sunna e interpretati dalle diverse scuole islamiche. Investe numerosi ambiti della vita: rapporti familiari, matrimonio, divorzio, successioni, contratti, finanza e, negli ordinamenti che ne recepiscono determinate interpretazioni, anche il diritto penale. La nostra Costituzione verrebbe quindi cancellata. Seguendo la sharia, secondo cui donne e omosessuali sono esseri inferiori, viene punita l’apostasia: l’abbandono dell’Islam è un reato che può essere punito con la morte. Per adulterio e rapporti sessuali illeciti il Corano prescrive le frustate e persino la lapidazione. Ma secondo loro «per le persone di fede musulmana, scegliere l’arbitrato secondo Sharia offre benefici netti che allineano la risoluzione dei conflitti con gli imperativi religiosi e della comunità».
E il tema sta proprio in questa frase: nella volontà di allineare i dettami di Allah alle norme giuridiche. Sfere che non vengono distinte nell’islam. Ciò costituisce il maggior carattere di incompatibilità nel momento in cui si vogliono eludere le leggi italiane.
