Dopo essersi avvalsi della facoltà di non rispondere, ora i quattro membri della banda di Avellino, accusati dalla procura di Roma di essere gli esecutori materiali dell’attentato a Sigfrido Ranucci, potrebbero chiedere di farsi interrogare, o di rilasciare altre dichiarazioni spontanee. Una valutazione, se sottoporsi o meno all’interrogatorio, che faranno i loro avvocati, Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, a metà della prossima settimana. Ed è una riflessione su cui evidentemente ha avuto un peso anche la decisione del Tribunale del Riesame che ha confermato la custodia cautelare in carcere ma soprattutto l’aggravante del metodo mafioso. Un’accusa che gli avvocati puntano ancora però a far derubricare.
Per questo, dopo aver letto le motivazioni del Riesame - che arriveranno entro 45 giorni - ricorreranno in Cassazione. E proprio sulla possibilità di parlare con i pm, i legali hanno avuto un colloquio in carcere a Rebibbia con i loro assistiti Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Antonio Passariello (Marika De Filippis è ai domiciliari).
Ai quali, a quanto si apprende, pesa soprattutto in questa fase proprio il marchio dell’aggravante mafiosa, perché, spiega l’avvocato Falconieri, il gruppo «non ha alcun legame con la camorra». Né avrebbe agito come un «commando paramilitare». E il movente al momento non porta alla pista dei clan. Elementi che non sono bastati a ottenere però l’alleggerimento delle accuse. Per i pm il perimetro del metodo mafioso si poggia su diverse sentenze della Cassazione secondo cui non è necessaria l’affiliazione a un clan per contestare le modalità proprie delle consorterie criminali, ma «è sufficiente che la violenza o la minaccia richiamino alla mente la forza intimidatrice tipicamente mafiosa del vincolo associativo». Il gruppo però potrebbe decidere di parlare per rafforzare quanto già espresso nelle dichiarazioni spontanee davanti ai pm. E cioè la loro presa di distanza dalla figura di Valter Lavitola, che per i chi indaga è il presunto mandante della bomba. I quattro potrebbero voler ribadire di non conoscerlo e di non avere avuto mai alcun rapporto con lui.
Come del resto aveva già dichiarato da D’Avino, che aveva anche ammesso di conoscere solo Gomes Clesio Tavares, il camerunese tuttofare dell’ex editore dell’Avanti, cioè il presunto intermediario con la banda. Nel ribadire l’assenza di legami con la mente dell’attentato gli indagati potrebbero soffermarsi anche su altri aspetti dell’impianto accusatorio. Ma nulla è ancora deciso.
