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Magistratura

Lavitola pronto a riparlare ai pm. “Bomba per la fama di Sigfrido”. E pure la banda vuoterà il sacco

Niente domiciliari per il faccendiere che dice: “Non volevo la bomba ma solo dei colpi di pistola”. La confessione ai giudici: “Ho taciuto ma non escludo che Ranucci possa aver sospettato del mio piano”

Valter Lavitola arriva in procura a Roma, 8 luglio 2026. ANSA/MASSIMO PERCOSSI (piazzale Clodio, tribunale, interrogatorio)

Nuovo macigno sull’inchiesta della bomba contro Ranucci: Lavitola sarebbe pronto a farsi interrogare di nuovo per chiarire i punti oscuri della vicenda seconto quanto apprende Il Giornale. Ma a scegliere di collaborare sarebbero anche i quattro esecutori materiali dell’attentato. Ieri, infatti, Gennaro Pagliarulo, uno dei loro legali, ha avuto un lungo colloquio con i propri assistiti e si è aperta una riflessione dopo la confessione di Lavitola che li avrebbe portati sulla strada del dialogo con i magistrati. Anche se ci tengono a ribadire un punto: «Non conosciamo Lavitola». Intanto, la versione del faccendiere non convince gli inquirenti, nonostante il primo passo che va nella direzione di una più proficua collaborazione. Ha infatti ammesso di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, ma il movente fornito, e cioè che volesse solo far sì che venisse potenziata la scorta del conduttore, viene ritenuto altamente poco plausibile. Anche perché durante l’interrogatorio avrebbe ammesso di essere consapevole che il suo gesto avrebbe «aumentato la popolarità di Ranucci». Un elemento non da poco. Se, però, fino a ieri sembrava che non avesse minimamente tirato in ballo il conduttore, Il Giornale ha appreso in esclusiva un passaggio dell’interrogatorio in pieno stile del faccendiere che però coinvolge (anche solo marginalmente) il conduttore. Il pm gli avrebbe chiesto: «Signor Lavitola, lei ha avvisato Ranucci del suo piano?». E Lavitola: «No». A quel punto gli sarebbe stato domandato se però avesse avuto sentore che Ranucci l’avesse capito o sospettato. Ed è lì che Lavitola avrebbe detto «non lo escludo». Una frase che l’avvocato del conduttore in serata, ai microfoni di Mediaset, ha commentato con prudenza. Dopo il «no comment» dei legali del faccendiere circa un potenziale coinvolgimento di Mr Report (a cui viene attribuito un valore non indifferente), ora si aggiunge un altro tassello. Ma per gli inquirenti ciò che l’ex direttore dell’Avanti ha detto non corrisponderebbe alle risultanze investigative, oltre a ritenere che siano ancora sussistenti il rischio di inquinamento probatorio e il pericolo di fuga (elementi che Cola però sente di escludere).

Motivo per cui il Gip Iole Moricca ieri ha respinto l’istanza del difensore di Lavitola, Sergio Cola, che richiedeva gli arresti domiciliari per il suo assistito. E ora la difesa di Lavitola presenterà appello al Tribunale del Riesame. Di grande rilievo è il motivo di tale rigetto, fondato su un forte scetticismo da parte della Procura e del Gip per il movente fornito da Lavitola durante l’interrogatorio. Un elemento che ha infatti portato il pm Edoardo De Santis a esprimere parere contrario. Questo perché Lavitola, nonostante abbia ammesso «di essere il mandante dell’azione intimidatoria, ha fornito ricostruzioni inverosimili sia per quanto concerne la sua estraneità alla scelta di utilizzare un ordigno esplosivo, sia per quanto concerne il movente della condotta criminosa ricondotto esclusivamente alla volontà di potenziare la scorta del Ranucci». Poi il passaggio su Gomes Tavares, oggi latitante in Camerun, ritenuto l’intermediario tra il faccendiere e gli esecutori materiali. Lavitola sostiene infatti che aveva commissionato agli autori materiali una azione con «diverse modalità» per l’attentato, non un ordigno. Ma solo «quattro o cinque colpi di pistola verso il muro» della villetta situata a Pomezia. Insomma, secondo questa versione la scelta decisiva sarebbe stata di Gomes e non sua. Ma, come si legge nelle carte «quanto riferito in merito all’incarico dato al coindagato Gomes e alla sua asserita violazione degli ordini impartiti appare totalmente inverosimile». Circostanza che «rende assai probabile che Lavitola, se posto agli arresti domiciliari, possa contattare Gomes e con lui concordare una versione che dia supporto alle dichiarazioni inattendibili già rese». Anche perché dopo l’attentato Lavitola non avrebbe manifestato segnali di disappunto. Versione che potrebbe inquadrarsi in una mossa di strategia legale per ottenere un alleggerimento della posizione, con l’esclusione dell’aggravante mafiosa.

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