C’è un momento chiave nell’interrogatorio di 10 ore reso sabato da Natalia Potenza, ex compagna di Valter Lavitola e madre dei suoi due figli, davanti al pubblico ministero Edoardo De Santis. A metà pomeriggio si affronta il tema dei legami, non solo di amicizia, tra Ranucci e Lavitola. Il pm chiede alla donna che ha deciso di collaborare se quello tra i due sia «solo un rapporto di amicizia?». Natalia prende il cellulare e mostra al magistrato messaggi e mail che attesterebbero il contrario. Elementi che mostrano come tra Valter e Sigfrido esistesse un legame anche economico: «Il conduttore tv prendeva soldi, ho le prove», dice ai giudici. Ovviamente si tratta della versione della donna che dovrà essere riscontrata. Ranucci smentisce totalmente questa ricostruzione. E, quando in pubblico Mr Report afferma di non aver mai preso un euro da Lavitola, Natalia non può certo accettarlo. Perché nelle 10 ore l’ex compagna del faccendiere descrive per filo e per segno il legame tra Ranucci, vittima dell’attentato del 16 ottobre scorso su cui indaga la Dda di Roma, e Valter Lavitola, indagato per essere il mandante dell’attentato stesso. Nella lunga deposizione la donna ricostruisce, carte alla mano, il giro di soldi che ruotava attorno agli affari del suo ex compagno.
Un giro fatto di prestanomi e scatole cinesi. Un racconto che mette la Procura su un nuovo filone: il riciclaggio internazionale. Un capitolo del racconto di Natalia riguarda infatti gli investimenti in Zimbabwe nel campo del carbon credit. Investimenti che, secondo il suo racconto, sono serviti per mascherare operazioni di riciclaggio internazionale. Una pista che si trasforma dalle 21 e 23 di sabato in un nuovo fascicolo per riciclaggio. Ed è proprio in questo secondo filone d’indagine che la posizione di Ranucci potrebbe essere coinvolta. Quanto meno l’ex conduttore di Report dovrà spiegare al pm alcuni passaggi, chiarendo in che modo gli interessi imprenditoriali di Lavitola potessero coesistere con la sua attività giornalistica. Dallo Zimbabwe Benjamin Chimutengo, l’ex socio di Lavitola, intercettato dalle telecamere del programma di Massimo Giletti Lo Stato delle Cose denuncia: «Penso di essere stato usato per un’operazione di riciclaggio. I soldi arrivavano sul mio conto corrente e io li giravo a Valter pagando una consulenza». Le accuse di Chimutengo dovranno essere provate. Così come la versione di Natalia Potenza avrà bisogno di riscontri. Ora è opportuno riannodare i fili. Lavitola riciclerebbe soldi in Zimbabwe grazie alle società con Chimutengo. Lo denuncia in tv il suo socio in Zimbawe. Lo conferma al pm Natalia che ha fornito prove e documenti soprattutto fiscali. A un certo punto però Chimutengo si rende conto che si sta mettendo in un brutto guaio, per cui prova a smarcarsi, abbandonando la società con Lavitola, Tavares e gli altri imprenditori. Ed è in quel momento che arriva l’intervista di Sigfrido Ranucci al giornale africano, sollecitata e concordata con Lavitola. Natalia davanti ai giudice ammette che «è stato un favore di Sigfrido a Valter». In cambio di cosa? Al netto della contropartita, che ieri Ranucci ha escluso in modo categorico. C’è un passaggio che potrebbe tirarlo dentro l’inchiesta per riciclaggio. E qui è importante l’intervista che Chimutengo il 7 settembre rilascia a Quarta Repubblica: «Ho vissuto l’intervista di Ranucci come una minaccia, una minaccia enorme», ha detto. Ranucci si è reso consapevolmente o inconsapevolmente complice di una pressione su un imprenditore che voleva ribellarsi a operazioni di riciclaggio? In che meccanismo si innestava il suo personaggio? Natalia ha ricostruito la rete di società, teste di legno e operazioni. Che vanno dallo Zimbabwe al Brasile. Passando per il Montenegro. E che inevitabilmente vedono anche il nome di Ranucci al centro di tutto.
