Centonovantotto pagine per raccontare le malefatte di Valter Lavitola, senza mai affondare il colpo sul beneficiario (a sua insaputa) delle sue imprese dinamitarde: l’ordinanza di custodia emessa dal giudice preliminare romano Iole Moricca contro il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci dribbla con accuratezza il vero tema che incombe sulla vicenda. Ovvero la consapevolezza che il giornalista avrebbe avuto, almeno dopo l’esplosione, del coinvolgimento dell’amico Lavitola nell’organizzazione dell’agguato. Tema imbarazzante per quella parte di magistratura che del «mito Ranucci» ha fatto per anni una sua bandiera, fino alla spettacolare ovazione dell’ottobre scorso, ma che nell’ordinanza firmata dalla Moricca non trova spazio. Così, inevitabilmente, qualcuno si è posto la domanda: chi è, che percorso ha, il giudice Moricca? È a capo di qualche corrente, è una militante della Anm? Risposta: no. Viene considerata una «centrista», ma non ha mai ricoperto cariche di rilievo, non risulta attiva nel dibattito e nelle chat. Ha però un passaggio che in qualche modo la caratterizza politicamente. In passato ha lavorato al ministero della Giustizia, e in particolare al Dap, il dipartimento delle carceri. Un incarico prestigioso e ben retribuito. A nominarla nel 2020 è stato il ministro dell’epoca, Alfonso Bonafede, dirigente del Movimento 5 Stelle. Cioè di un partito che ha, al pari della Anm, in Sigfrido Ranucci un eroe senza macchia e senza paura della libertà di stampa, ed è l’unico partito che anche in questi giorni complicati sta cercando di salvare ad ogni costo la poltrona di Ranucci. Come arrivi Bonafede a individuare nella giovane magistrata una risorsa indispensabile per la gestione delle carceri non è noto. Si sa invece che per la Moricca la nomina è provvidenziale. Fino al 2020, infatti, la dottoressa presta servizio al tribunale di Marsala, in Sicilia, a grande distanza da Roma, dove è cresciuta e dove anche suo padre faceva il magistrato: anche lui distaccato al ministero della Giustizia. La nomina al Dap consente alla Moricca di tornare a Roma. In realtà la sequenza dei tempi non è chiarissima. Il 15 gennaio 2020 il presidente del tribunale di Trapani riassegna una serie di fascicoli «considerato che a partire dall’1 marzo 2020 la dott.ssa Moricca dovrà prendere servizio presso il Tribunale di Roma». Ma al tribunale di Roma la giudice ci resta solo quattro mesi, perché il 22 luglio il plenum del Csm ne delibera «il collocamento fuori ruolo presso il ministero della Giustizia, Dipartimento amministrazione penitenziaria». In pratica, negli uffici del tribunale di Roma la Moricca è una presenza lampo, che probabilmente non fa neanche in tempo a prendere in carico alcun fascicolo. Di là, al Dap, la attende un posto delicato: è a capo dell’ufficio che esamina i reclami dei detenuti di tutta Italia, compresi i ricorsi contro il 41 bis. Lavora così bene che riesce a restare in via Arenula anche quando cade il governo Conte e al ministero arriva Marta Cartabia, e per un breve periodo anche sotto Carlo Nordio. Ma poi rientra al Tribunale di Roma. E qui si trova a fare da giudice del caso che rischia di travolgere Ranucci.

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