La sestina dello Strega transita per Milano oggi (Piccolo Teatro Studio Melato alle 19 e 30) portandosi dietro la sua coda di polemiche per quello che Michele Mari avrebbe detto (o non detto secondo lui) riguardo a Michela Murgia. Ma la gara dello Strega, il premio letterario più importante d'Italia se non riescono a distruggerlo coi gossip, dovrebbe essere una questione di libri.
Bene tra tutti i libri in gara, non siamo Amici della domenica (la giuria del premio), non stabiliremo criteri di valore. Ci limiteremo a dire che quello di Mari I convitati di pietra (Einaudi), all'ultima votazione pre polemiche risultato primo, è il più milanese di tutta la sestina. Per ambientazione, tutta ancorata ai luoghi e alle vie della città, e per un certo spirito cinico ma anche goliardico che descrive una generazione che in questa città è cresciuta tra crisi e lisi, tra sogni borghesi infranti dall'inflazione o semplicemente dal trascorrere del tempo.
Il cuore del libro di Mari è una classe, passata per uno dei più famosi, e gettonati licei cittadini, il ginnasio-liceo classico Giovanni Berchet. Austero, ma sempre un po' scrostato e verdognolo, proietta la sua ombra su via della Commenda. Nelle sue faticose aule, ha una fama di severità estrema, si sono forgiati moltissimi sogni (e incubi) della borghesia cittadina media e piccola. Altri licei classici, basti pensare al Manzoni o al Parini, hanno fama più leggiadra e danarosa, culle della meglio gioventù, al Berchet non è che tutto questo manchi, ma se facessimo un paragone un po' harrypotteriano l'atmosfera è un poco più da Serpe Verde che da Tasso Rosso e Grifon d'Oro (lo scrivente parla con cognizione di causa avendo trascorso tra le sue mura il tempo che serve). Ecco Mari tutto questo lo coglie alla perfezione con la sua immaginaria classe III A dell'anno scolastico 1973/1974.
Ma cosa succede a questi studenti che si riuniscono per la cena di classe il 22 luglio? Decidono che con la fine della scuola resteranno comunque legati da un patto. Una specie di sfida al tempo e alla morte. Ogni anno ciascuno depositerà una cifra, non enorme ma nemmeno piccola. Soldi che verranno pure investiti. Bene questo capitale destinato a crescere per decenni andrà ai tre membri della classe che ad un certo punto, causa trascorrere del tempo saranno i soli superstiti. Ma di anno in anno la situazione degenera. Anno dopo anno, brindisi dopo brindisi, esauriti i ricordi, le vecchie cotte e i giochi da compagni di scuola, alla goliardia subentra la malinconia, poi l'ossessione, le malattie e i primi morti (per cause più o meno naturali). Infine la competizione disperata e crudele. Il miraggio del premio, cresciuto con gli anni a cifra astronomica, trasforma i compagni in concorrenti, dove la sfida è vivere, perché vincere significa non morire.
Il tutto raccontato anche attraverso trenta ritratti, trenta tipi umani, trenta amici/nemici le cui vite si incrociano come le vie di Milano. E anche nella topografia urbana Mari mostra una discreta abilità, la trasforma in una topografia umana. C'è il ricco architetto che torna a Milano e scende al Duca d'Aosta, ci sono tutte le vie della piccola e grande borghesia dove i compagni che hanno fatto (o ereditato) più fortuna vivono alla giusta distanza da chi invece la fortuna l'ha persa o mai trovata. E il lettore, a colpi di funerali, che avvicinano l'agognato premio, fa anche un giro di alcune delle più belle o strane chiese di Milano. Insomma la letteratura di Mari in questo caso è garbatamente, ma anche cinicamente, ben orientata su quelle che potrebbero essere le pagine di un vecchio Tuttocittà. Ci si sposta dalle case di lusso ai bagni del Velodromo Vigorelli.
Certo la classe di Mari è un microcosmo che racconta molti degli esiti possibili della miseria umana e della caccia a sogni che il tempo consuma.
Ma è anche il ritratto di una certa Milano dove si corre molto, si sogna ancora molto, ma poi la vita finisce ad essere agra e consumata dal tempo come raccontava quel tal Bianciardi. Vada come vada lo Strega in questo romanzo Milano c'è ed è il 31esimo protagonista. Raccontata con cruda precisione e, in fondo, affetto ruvido.