Va bene, Gianni Infantino ha sbagliato. Non tanto nella sostanza ma nella forma, perché prendersela pubblicamente contro una nazionale affiliata, da presidente della Fifa e in un’intervista ufficiale, è un po’ disdicevole. Anche se ce lo meritiamo. E poi è inutile fare lo spiritoso (che poi non gli è neppure riuscito), il suo Mondiale a 48 squadre con i consigli per gli acquisti a metà tempo parla già da solo. Non facciamo troppo i moralisti, come disse quattro anni fa (tre e mezzo, per la precisione) dal Qatar a noi europei.
Ecco, a proposito: torniamo appunto al 2022, perché certe cose alla fine si rischia di dimenticarle. Cioè quando Infantino, dopo aver preso la residenza nel Paese di Mondiali invernali, disse gonfiando il petto: “Oggi mi sento qatarino. Oggi mi sento arabo. Oggi mi sento africano. Oggi mi sento gay. Oggi mi sento un lavoratore migrante”.
Coraggioso in effetti, così come lo fu annunciando che la Fifa avrebbe preso 3 iniziative: “Prima di tutto c’è un Ufficio Permanente per occuparsi dei lavoratori dei migranti. Poi abbiamo deciso come Fifa di istituire un Fondo: l’ammontare sarà una percentuale degli incassi derivanti dai Mondiali che utilizzeremo per progetti di istruzione, in particolare delle ragazze e delle donne.
Infine da tempo stiamo discutendo con l’Organizzazione internazionale del Lavoro: stiamo lavorando a un memorandum per condividere le migliori pratiche per i lavoratori migranti e per rendere la loro vita migliore”. Benissimo presidente, applausi. E a questo punto sorge una domanda: che fine ha fatto tutto questo? Detto senza ironia, s’intende.