D'accordo, adesso sono il primo gruppo metal a suonare a San Siro e tutti a dire bravi bravi. Gli Iron Maiden hanno venduto oltre centocinquanta milioni di copie, hanno suonato tremila concerti in ogni angolo del pianeta e ormai sono venerati maestri di un genere musicale che per decenni, e magari anche oggi chissà, è stato considerato dalla critica un rumore poco venerabile. Ma forse quella sera di fine anni Settanta al Ruskin Arms all'incrocio tra High Street North e Ruskin Avenue nell'East Ham londinese, l'unico a crederci davvero era Steve Harris, sì lui che nel 1976 aveva fondato gli Iron Maiden senza sapere che pochi anni prima un altro gruppo con lo stesso nome faceva cover e veniva dallo stesso paese dei Depeche Mode, Basildon nell'Essex.
Steve Harris ci credeva, eccome, gli faceva schifo il punk e difatti ha contribuito a inventare il suo opposto, ossia l'heavy metal, il primo nichilista, il secondo fideista, basato sulla fede, sull'empatia, sul noi contro tutti. Insomma, va bene, quella sera, nel fumoso e birroso Ruskin Arms, Steve Harris era l'unico a credere che gli Iron Maiden avrebbero avuto un futuro più lungo di qualche disco, qualche tour e qualche sbornia perché gli altri, dal cantante Paul Di'Anno al batterista Doug Sampson, erano più tipi da vivere alla giornata. Però neanche lui, che ha appena compiuto 70 anni, si sarebbe immaginato che, mezzo secolo dopo la fondazione, gli Iron Maiden avrebbero suonato nella Scala del calcio, mercoledì 17 giugno a San Siro, arrivando con un Boeing personale (l'Ed Force One) e con un repertorio che vola in testa a quasi tutte le altre band del genere, e, diciamolo chiaro, anche a molte altre. The number of the beast, per dire. Oppure Hallowed be thy name, Two minutes to midnight, Phantom of the opera.
Tra alti molto alti e bassi molto bassi, la vera fortuna degli Iron Maiden è stata di rimanere fedeli a loro stessi e di diventare un "brand" riconoscibile come pochi non soltanto per la musica (oggi sono forse l'unica mega band a girare con tre chitarristi fissi sul palco) ma pure per i simboli e il simbolismo, per il merchandising massiccio e soprattutto per Edward The Head detto Eddie, la mascotte ora colossale che nacque come una maschera di cartapesta sul palco ed è diventata non solo parte integrante del racconto ma, definitivamente, un'icona culturale dell'heavy metal. Volendo, in quel gruppo nato per ripicca al punk ci sono tutte le caratteristiche fondative di un fenomeno globale. Il linguaggio identitario (i testi sanno di rock'n'roll ma anche di Bibbia o Samuel Taylor Coleridge). L'iconografia immediatamente riconoscibile (dopo Rolling Stones e AcDc forse è la più celebre in circolazione). La presenza costante, visto che sono la band con più tour mondiali di chiunque altro.
Anche per questo i Maiden hanno uno tra i pubblici più schierati del mondo, disposti a tutto per seguirli anche se ora un po' disorientati dal costo kolossal dei biglietti (184 euro per il prato e 61 per il terzo anello a San Siro sono in effetti tanto) e anche un po' per la scaletta che la band ha già presentato nei concerti europei di queste settimane. Dall'iniziale Murders in the rue morgue alla conclusiva Wasted years, sono diciassette brani tutti soltanto dai primi nove album, cioè da Iron Maiden del 1980 a Fear of the dark del 1992. Va bene essere conservatori, ma forse qualche variazione sul tema sarebbe stata gradita. Per carità, quando si accenderanno i riflettori, tutto passerà in secondo piano e benvenuti Iron Maiden, questa è la vostra serata. Sul palco Bruce Dickinson che, tra l'altro, è anche il pilota dell'Ed Force One, sarà la solita forza della natura, uno dei cantanti più puri dell'heavy metal, capace ancora oggi, nonostante i 67 anni e un tumore alla gola con mesi di chemio, di arrivare molto in alto in The Trooper o in Run to the hills. Di fianco a lui Janick Gers, Dave Murray e Adrian Smith creano un muro di chitarre potente come pochi. E Steve Harris, come sempre in pantaloncini, impugnerà il basso come un mitra puntando il piede sull'amplificatore. Dietro di loro il nuovo batterista Simon Dawson, che è nuovo solo formalmente perché per i "maideniani" nessuno può sostituire Nicko McBrain, rimasto dietro ai tamburi per oltre quarant'anni (ha abbandonato per motivi di salute).
Insomma nel 2026 questi ultrasessantenni che riempiono gli stadi dopo mezzo secolo sono uno schiaffo in faccia alla fugacità della nuova musica, quella fatta per comprimersi
dentro uno stream e poi evaporare subito. Gli Iron Maiden no. Avranno vinto un solo Grammy Award (Kanye West 24, per dire) ma l'Oscar del metal oggi è soltanto loro. Loro e di qualche milione di fan in giro per il mondo.