Esattamente quarant’anni fa, il 27 luglio del 1986, i Queen varcarono la cortina di ferro, primo grande gruppo rock occidentale da stadio a farlo, per esibirsi al Népstadion di Budapest davanti a ottantamila ungheresi nel Magic Tour, che sarebbe stato l’ultimo tour dei Queen, a loro insaputa. Nel 1986 l’Ungheria, paese di immensa cultura e civiltà, era ancora un satellite sovietico e se non avete visto quel concerto vedetelo, Freddie Mercury era al massimo della forma, il pubblico in estasi, come se fossero davanti a un’apparizione fantastica, a kind of magic.
Altra coincidenza: nel 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, io diciannovenne avevo già deciso di fare lo scrittore, e vivevo più dentro Flaubert e Proust e Beckett che dentro la musica, anzi della musica mi interessava poco e niente, andavo regolarmente in un videonoleggio a prendere film. Un giorno il commesso sbagliò videocassetta, arrivai a casa, la misi nel videoregistratore, non era neppure riavvolta (per fortuna, col senno del poi), e mi trovai di fronte Freddie Mercury a metà concerto e restai folgorato non sulla via di Damasco ma su quella dei Queen. Era proprio Live in Budapest. Da allora continuo a ignorare la musica, ascolto solo Freddie Mercury (definito nel mio ultimo romanzo, che chiude l’intero ciclo dei miei romanzi, “l’unica divinità non inventata dall’uomo”).
Torniamo a quel 1986, la scaletta era la stessa di tutto il Magic Tour, e nonostante quel pesce lesso che vede gli alieni di Red Ronnie abbia dichiarato di non aver mai voluto intervistare Freddie Mercury (come se Freddie, che già odiava le interviste, volesse essere intervistato da Red Ronnie…) siccome i Queen si erano esibiti a Sun City durante l’apartheid (che sarebbe finito otto anni dopo, altra coincidenza), a Budapest una ventata, anzi una tempesta, un tornado di libertà occidentale attraversò tutto lo stadio per quasi due ore.
Freddie non si interessava di politica, amava John Lennon e il suo impegno sociale e comunque sentendosi diverso: “Non mi piace scrivere canzoni con un messaggio perché non sono motivato politicamente, come John Lennon o Stevie Wonder. La politica entra nei miei pensieri, sì, ma la metto da parte perché siamo musicisti. John Lennon poteva farlo, io no… La politica non fa proprio per me.”
E però ha contagiato più lui con i valori della libertà di chiunque altro, tra pop e rock, portando sul palco la sua energia unica e inimitabile (ci ha provato Rami Malek, nel biopic Bohemian Rhapsody, a interpretarlo, e avrei voglia di bruciare tutte le copie di quel film). Raccontarvi cosa trasmette quel concerto ungherese (come direbbero i giovani: le vibes) è impossibile, lo trovate anche su YouTube in HD e gratis, gli ungheresi lo montarono come un vero e proprio evento con il titolo Magic: Queen in Budapest. Guardatelo (se volete, sennò attaccatevi a Red Ronnie).
Inserendoci anche dei fuori scena. Freddie che prova il suo celebre eeehh ohhh nello stadio vuoto, Freddie che fa shopping, Freddie che impara una canzone popolare ungherese, Tavaszi Szél Vizet Áraszt, che prima di salire sul palco si scrisse sul palmo della mano, annunciandola con un “This is a special song, from Queen, to you”. Pubblico in visibilio, estasiato e scatenato quanto Freddie, che conosceva a memoria ogni singola canzone, e lo sente cantare in ungherese. E poi la visita all’Ambasciata Britannica a Budapest: nel registro delle firme, vedendo che poco prima aveva firmato il Governatore della Bank of England, Freddie si rivolge a Roger e Brian e dice: “Dovrei firmare Queen of England!”.
Freddie non era impegnato politicamente? Non ne aveva bisogno, ogni suo movimento era un inno alla libertà e di individualismo sfrenato, e anche le canzoni: l’apertura con One Vision (I had a dream, ispirata dalle parole di Martin Luther King), Tie your mother down, Under Pressure (scritta con David Bowie), e va da sé I Want to Break Free, altro messaggio universale, fino a uno dei momenti finali, quando sta per iniziare We Will Rock You e si presenta con le braccia aperte esibendo la bandiera britannica, quando a un tratto si gira e dall’altra parte c’è la bandiera ungherese, cosa che faceva in ogni paese, però in Ungheria assumeva un significato ancora più speciale, e in ogni caso era un messaggio di libertà e perfino di globalizzazione che a Freddie, con un’infanzia vissuta a Zanzibar, il collegio in India, per poi sbarcare a Londra e decidere di assumere il nome del messaggero degli dei, veniva naturale (in un’intervista del 1985 dichiara: “Nobody’s going to stop me, my dear”, nessuno mi fermerà, tesoro).
A proposito: ultimamente mi sto scrivendo con una ragazza russa su Instagram, vive a Mosca, suona e è ossessionata da Freddie e pubblica video dove balla e interpreta le canzoni dei Queen, non so neppure come si chiama (il suo account pubblico è ark_ave_), e non so se stia con Putin o meno (fa differenza sotto un regime?), d’altra parte da una ragazza ventenne che usa Instagram (grazie a una VPN), uno dei social vietati in Russia perché appartenenti a Meta (classificata come “organizzazione estremista”, viene da ridere ma per sta lì c’è da piangere), con un’energia di cui si sarebbe innamorato lo stesso Freddie, tanto di cappello, tanto di corona. Ultimamente le hanno tolto la possibilità di usare musiche dei Queen per i suoi video, ho cercato il modo di aiutarla, scrivendole varie soluzioni, un’altra prova che le rivoluzioni passano anche da minimi gesti sui social, e per me, qualsiasi cosa pensi o sia indotta a pensare, she wants to break free.
Alla fine del concerto di Budapest, in ogni caso, un giornalista chiede a Freddie se i Queen sarebbero tornati lì. Freddie, che ancora non aveva ricevuto la diagnosi della malattia che lo avrebbe ucciso, chiuse l’intervista a modo suo, con un “If I’m still alive, I’ll come back”. Insomma, per molti di noi il comunismo sovietico, e anche l’apartheid, li ha buttati giù Freddie. Io, nel mio piccolo, con messaggi su Instagram a una sconosciuta, sto cercando di fargli buttare giù anche Putin. Red Ronnie continui a parlare con gli alieni, tanto quando se ne è trovato uno vero davanti non l’ha riconosciuto.
