Tra i soprani italiani più apprezzati della sua generazione, Rosa Feola (salernitana, classe 1986) torna alla Scala nel ruolo del titolo di Lucia di Lammermoor. In scena dal 26 giugno al 17 luglio, il capolavoro di Donizetti lo rivedremo nella regia di Yannis Kokkos e con Speranza Scappucci sul podio. Fresca di successo al Metropolitan di New York, Feola affronta uno dei personaggi più complessi del repertorio belcantistico.
Come sta lavorando con Speranza Scappucci?
"La nostra collaborazione dura da ormai da molti anni. Pensavo fossero dieci, invece sono già quindici da quando ci siamo conosciute. In un certo senso sono cresciuta insieme a lei e tra noi si è sviluppata una sintonia davvero speciale. Abbiamo iniziato a lavorare a questa Lucia molti mesi fa, chiedendoci come renderla appagante per noi e per il pubblico, ma anche come trovare una prospettiva nuova. Ci siamo incontrate più volte tra New York, Roma e Milano, seguendo i nostri impegni. Sarebbe bellissimo poter sempre preparare così un'opera: con il tempo necessario per riflettere, confrontarsi e approfondire".
Quale sarà la chiave interpretativa di questa produzione?
"Uno degli aspetti centrali è la progressiva disconnessione di Lucia dalla realtà. Vedremo una donna che oscilla continuamente tra coscienza e immaginazione, tra lucidità e smarrimento".
La scena della pazzia è uno dei momenti più celebri della storia dell'opera. Come la state affrontando?
"Spesso ci si concentra soprattutto sull'aspetto virtuosistico, che naturalmente è fondamentale. Ma il nostro obiettivo è raccontare qualcosa di più profondo. In quella scena emerge un'anima completamente frantumata, incapace di trovare una via d'uscita al proprio dolore. Oltre ai tecnicismi vocali, vogliamo che il pubblico percepisca questa sofferenza, questa perdita di contatto con il mondo reale".
Che cosa rende Lucia un personaggio ancora così moderno?
"Donizetti aveva già previsto tutto attraverso la scrittura musicale. E poi c'è il libretto di Salvadore Cammarano, che trovo persino più drammatico del romanzo di Walter Scott da cui è tratto. Cammarano era un poeta molto concreto nel muovere le passioni umane. Insieme hanno creato un'opera sublime, che continua a parlarci perché racconta sentimenti universali".
Cosa continua a emozionarla ancora di questo mestiere?
"Essere coinvolti totalmente in uno spettacolo. È una gioia immensa, il motivo stesso per cui facciamo questo lavoro. Lo considero il gioco più bello del mondo. Certo, richiede sacrifici enormi, ma ogni fatica viene ripagata dalla soddisfazione artistica".
È la nuova stella del Metropolitan di New York. Come si lavora nella Grande Mela?
"Ogni teatro racconta la storia e la cultura della città in cui si trova. Al Metropolitan di New York respiro sempre un entusiasmo straordinario e una professionalità impressionante. Ogni produzione è sostenuta da una macchina organizzativa e tecnica che mi ricorda quella del cinema".
Che cosa porta invece un'artista italiana a NYC?
"La mia tradizione. È il patrimonio più prezioso che possiedo. Porto con me una cultura musicale e interpretativa che appartiene alla scuola italiana e nella quale mi riconosco completamente".
Lei è stata molto legata al soprano Renata Scotto. Che cosa le ha lasciato?
"Renata Scotto era una persona speciale. Viveva nel futuro. Amava i giovani e guardava sempre avanti. Accoglieva con curiosità tutti i cambiamenti che potessero portare un beneficio all'arte, al teatro, perfino alla vita quotidiana. Era una donna di straordinaria intelligenza".
C'è un insegnamento che ancora oggi la accompagna sul palcoscenico?
"Sì, una frase che non dimenticherò mai: Impara a emozionare il pubblico e non te stessa quando sei in scena. E fallo non nei gesti, ma nella voce. È una lezione enorme. Significa comprendere che l'emozione va costruita e trasmessa con consapevolezza, non semplicemente vissuta".
Come traduceva questo principio nel lavoro quotidiano?
"Mi invitava a cercare le emozioni più profonde durante le prove, quando ci si può permettere di lasciarsi andare completamente, perfino di "rompere la voce". Una volta trovata quella verità emotiva, però, bisogna imparare a prenderne le distanze per poterla controllare durante lo spettacolo".
C'è una frase di un personaggio che continua a risuonarle dentro?
"Una frase di Violetta (Traviata): L'uomo implacabile per lei sarà. Mi ritengo fortunata a vivere in questo momento storico, in cui la donna si sta finalmente riscattando dai ruoli che gli uomini le hanno imposto nei secoli passati. L'opera lirica è piena di grandi personaggi femminili distrutti dal dolore e dalla società dell'Ottocento, un'epoca in cui la donna aveva sempre torto. Quell'uomo "implacabile" lo è stato per tantissimi secoli. Oggi, finalmente, ci stiamo riprendendo la nostra giusta dimensione".
La maternità ha cambiato il suo modo di vivere la professione?
"Radicalmente. Ha cambiato la mia prospettiva e la gerarchia delle priorità. Ho sentito la necessità di organizzare la mia vita in modo molto più regolare e di separare nettamente la sfera privata da quella professionale. Paradossalmente, questo nuovo equilibrio ha portato anche benefici alla mia carriera".
Come si concilia una carriera internazionale con il ruolo di madre?
"L'equilibrio si cerca ogni giorno.
L'educazione di mia figlia viene prima di tutto. Ho la fortuna di poter contare su mio marito e sulle nostre famiglie, che ci aiutano molto. Oggi lei è più grande, comprende il mio lavoro e spesso viene in teatro con me. E perché no?".