Addio inquilini di carta, nel palazzo dei giornali solo l'eco del silenzio

Nell'edificio nacquero "Notte" e "Il Giornale", il trasloco dell'"Adn Kronos" chiude un'epoca

Addio inquilini di carta, nel palazzo dei giornali solo l'eco del silenzio

Disprezzo o curiosità. Il palazzo dell'informazione era visto così. Costantemente punteggiato di luci accese giorno e notte attirava il rancore dei detrattori, che consideravano i giornalisti côntaball e privilegiati. L'invidia del fascino di entrare gratis dove tutti pagavano. Il potere della penna anche se in realtà era la macchina da scrivere. «L'ho letto sul giornale». E c'era la voglia di entrare. Sentire il rumore delle redazioni quando il ticchettio dei tasti mandava tutti a casa con il mal di testa ma la certezza di aver scritto davvero.

Il giornalismo come Giano. Due facce. Chi avrebbe ammazzato la madre pur di non finire in pagina e chi avrebbe ammazzato la madre pur di vedere un titolo tutto per lui. Non importa se perbene o per male. Milano spesso si assiepava lì. Aspettava notizie. Come quella sera del 12 dicembre, quando una bomba sventrò piazza Fontana e voleva saperne di più. Piangeva. E aveva paura. Erano gli anni degli «strilloni» che partivano da lì e attraversavano la città urlando a squarciagola il quotidiano del pomeriggio. «La notteee». O la notizia di prima pagina. Le grida iniziavano verso le cinque. Pony express d'antan rifornivano di pacchi di copie i ciechi seduti sugli sgabelli pieghevoli in Galleria. Loro strillavano e vendevano. La Notte «chiudeva» alle 16. A quell'ora i giornalisti uscivano da piazza Cavour 2 per andare a nanna. Teoricamente. Perché dopo dodici ore esatte avrebbero ripreso il lavoro. Un ritmo da panettieri per raccontare la notte. Quella in cui nessuno vegliava. La bomba esplose di pomeriggio e La notte fece gli straordinari. Nel senso del lavoro. E delle edizioni.

A volerla fu un industriale cementiero bergamasco, Carlo Pesenti, che scelse un cronista sportivo di lungocorso per dirigerlo. Famoso ma non famosissimo, Nino Nutrizio era un dalmata piovuto sotto la Madonnina dove avrebbe sposato l'etoile Luciana Novaro. La celebrità se la costruì in quel palazzone. Entrò per la prima volta come redattore de Il popolo d'Italia, il quotidiano fascista che dal '42 abitò in quello stabile, un tempo sede del Politecnico, dal '27 trasferito in piazza Leonardo da Vinci. Il Duce volle una sede imponente per il suo giornale e «el Nutrisio» quando varcò la soglia mai si sarebbe immaginato che un giorno anche lui l'avrebbe superata da direttore. Tipo spiccio e fulminante, fu definito «un uomo a caldo in questo mondo di pesci Findus» da un altro inquilino del palazzo. Montanelli vi cullò Il Giornale in quel giugno del '74, dopo la fuga dal Corriere dove Giulia Maria Crespi, la poco amata «zarina» oggi presidentessa del Fai e allora autoritaria «padrona» di via Solferino, decise la sterzata a sinistra che sancì l'uscita di Indro. E gli stabilimenti tipografici del seminterrato da dove usciva odor di piombo e speranza sfornarono le prime pagine del quotidiano più odiato dai radical chic stile Inge Feltrinelli.

Quel giorno - era il 2 giugno 1977 - Montanelli uscì proprio dal portone dopo la riunione di redazione. Doveva raggiungere l'hotel Manin, dove alloggiava, quando le Br gli spararono. Erano pochi metri. A prolungarli pensò l'ambulanza che correva verso il Fatebene. Inge brindò. Pace all'anima sua. Molti anni dopo, un cronista di giudiziaria, a San Vittore per raccontare il carcere «inciampò» in un tale che gli sorrise beffardo. «Sei del Giornale, vero... Io l'ho conosciuto il tuo direttore». Franco Bonisoli era il terrorista che premette il grilletto. Il seguito continuate a leggerlo su queste storiche colonne che da piazza Cavour mossero i primi passi.

Il Giorno era già adulto quando traslocò. Anche lui con i suoi assi e quel Gioannbrerafucarlo con l'immancabile pipa per il quale le rotative della Same, cuore pulsante della protesta tipografica, era pur sempre disposta a qualche straordinario in più. Come i suoi direttori. Gaetano Afeltra cambiò soltanto il piano quando cedette il timone a Guglielmo Zucconi. E Giancarlo Vigorelli, uno dei più autorevoli critici letterari e specialista manzoniano, nel suo studio all'ala sinistra del palazzo sferrò l'attacco al guitto. «Anche Fo sa di avere in pancia l'incubo dei suoi trascorsi fascisti». Fu querelato dal futuro Nobel ma mantenne integra la reputazione. Riposa al Famedio.

A destra del bassorilievo di Sironi un corridoio prefabbricato e posticcio lasciava rimbombare i passi nel vuoto. L'eco stridula delle voci sincopate dei telex giungeva fin sulla tromba delle scale. Associated press. Adn Kronos. Ansa. Anche la patria delle agenzie di stampa aveva la sua «musica». Non avevano l'odore acre del piombo ma il sibilo delle trasmettenti di fotografie e notizie. Preistoria dell'età analogica. Oggi il silenzio non comunica più la frenesia dell'informazione. E dal palazzo, dopo Tuttosport, La stampa e Agi se n'è andata anche Adn Kronos. Ultimo baluardo. Ultima resistente. Cala il sipario. Sulla carta.

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