A Locarno tanti applausi per il film italiano in gara

«Bella e perduta» è la storia struggente, ma mai sdolcinata e retorica di un contadino Pulcinella e un bufalo uniti da un destino comune

nostro inviato a Locarno

«Strana convinzione hanno gli uomini. Essere i soli a possedere un'anima. Sono convinto che lassù la pensano diversamente». Detto da un bufalo, lascia pensare. Sarchiapone nasce maschio e, per un bovino della sua specie, è già una sconfitta. Non serve a nulla. Nemmeno alle mozzarelle. Incontra Pulcinella che si prende cura di lui, ma il mondo è gramo. E la vita è implacabile. Eppure un destino comune li lega. Il dolore. La sofferenza. Anche quando la bontà d'animo del bipede cerca di offrire la salvezza al quadrupede. Ma la cattiveria e l'insensibilità sono sempre in agguato. E all'animale tocca la macellazione fisica, mentre l'uomo deve sottoporsi alla macellazione morale.

Piovono applausi scroscianti e senza interruzione alla conclusione di «Bella e perduta» di Pietro Marcello, in concorso al festival di Locarno. È una fiaba struggente ma mai sdolcinata, senza retorica né fronzoli, dove il contadino e il bovino hanno egual rilevanza. La vita, insomma, vista da due punti di vista opposti, ma coincidenti in un dato. Si nasce nella sofferenza, come dice la Bibbia. «Partorirai con dolore». E forse il seguito non è molto diverso, anche se perdere la speranza sarebbe un errore perché la convivenza Pulcinella-Sarchiapone, cioè uomo e animale, è in grado di offrire largamente una via di fuga all'angoscia.

Il dramma è raccontato con le tinte della poesia e della favola, accattivante ma reale. In un connubio che solo all'apparenza sembra inconciliabile. Pulcinella è la figura popolare. L'espressione del volgo comune, ma è paradigma di se stesso e dell'umanità intera. Non per nulla, in questa chiave, è rappresentata per quello che è. Una maschera. E solo quando il contadino, che dietro essa si cela, se la toglierà, ebbene solo allora avrà preso la consapevolezza di essere uscito dalla dimensione fiabesca. Per sé e per il bufalo. Un animale come amico e un uomo che dovrebbe essere amico dell'animale, attraverso una forma di cooperazione comune, ben lontana dal cibarsi l'uno dell'altro.

Il percorso si compirà quando Pulcinella, ormai in abiti civili trasformerà se stesso e, ormai divenuto - o tornato - essere davvero umano, sceglierà di fare l'allevatore. Nello specifico, di bufali. Non a caso il bovino che - renitente e non rappresentato - si avvia verso il suo personalissimo Golgota con le fattezze del macello, nella realtà è oggi uno stallone al quale il destino e l'uomo hanno evitato la sofferenza finale.

«Bella e perduta» si arricchisce di un bagaglio foltissimo di citazioni. In ambito cinematografico, il tono onirico di «Uccellacci e uccellini» di Pier Paolo Pasolini o il colore della povertà di «Miracolo a Milano» di Vittorio De Sica. A livello letterario appare pertinente la lirica dannunziana, lasciata recitare a Elio Germano, voce fuori campo. Non è difficile invece individuare un accenno al vegetarismo alimentare, tema che resta sullo sfondo a vantaggio di motivi più complessi come la crudeltà e soprattutto il peggioramento di un'Italia, appunto bella e perduta, anche nel suo patrimonio artistico. Echi del Casertano riemergono come simbolismi del molto che resta da fare. E di una mafia-camorra che si sforza troppo di apparire migliore del sistema legalità-Stato cattivo e tracotante. Ma una lettura politica del film sarebbe davvero troppo forzata. Resta pur sempre una fiaba.

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