La Scala opera sul futuro: "Si ricomincia da Verdi"

I vertici del teatro di Milano presentano i nuovi progetti. "Prima con Macbeth e titoli stranieri in vista"

La Scala opera sul futuro: "Si ricomincia da Verdi"

Il Cda della Scala ha deciso all'unanimità di prolungare fino al 2025 il contratto di Riccardo Chailly come Direttore musicale allineando il mandato con quello del sovrintendente Dominique Meyer.

Chailly & Meyer sono il volto della Scala dei prossimi quattro anni, fase in cui Milano risalirà la china ripartendo proprio dalle sue istituzioni più forti, Teatro alla Scala in testa. Questa è una costante della città, e Meyer, alsaziano a Milano dal marzo 2020, l'ha compreso perfettamente tanto che intende fare del teatro «un centro di energia». Meyer confessa che avrebbe voluto affrontare prima il tema del rinnovo del mandato di Chailly «ma le circostanze sono state contrarie. Allora abbiamo deciso di approfondire la conoscenza e ci siamo presi del tempo. Siamo arrivati alla conclusione di andare avanti assieme». Una conoscenza - aggiunge Chailly - rafforzata dal percorso ad ostacoli creati puntualmente dal virus. Il Dittico di Kurt Weill che la Scala propone stasera su RaiPlay e sul sito è decollato, quindi bloccato per effetto tamponi, si dava per sconfitto e invece è stato recuperato all'ultimo. Quando le situazioni sono emergenziali le relazioni si rafforzano di più o naufragano. In tutto questo, è stata fondamentale la risposta dell'orchestra, cuore e testa di un teatro, «c'è una confidenza reciproca che ha portato alla fiducia», spiega Chailly che non manca mai di ricordare il doppio incarico di direttore musicale del Teatro ma anche dell'Orchestra Filarmonica. Da qui al 2025, la linea-Chailly rimarrà quella di sempre: no a un podio accentratore ma alternanza fra direttore musicale e direttori ospiti purché di forte personalità, filosofia che si traduce in due titoli d'opera l'anno, tre programmi sinfonici, tournée, sedute discografiche. E parallelamente, la Filarmonica. «Questo è un prolungamento, non una nuova stabilità».

«Macbeth» di Giuseppe Verdi è il titolo (ufficioso) del 7 dicembre 2021 diretto da Chailly che in autunno condurrà il «Barbiere di Siviglia» di Rossini in una produzione prevista per aprile ma posticipata dati i tempi. Tornerà alla ribalta anche «Lucia di Lammermoor» pianificata per il 7 dicembre 2020 e soppressa per le ragioni che sappiamo, «l'ho amata tantissimo studiandola, e credo profondamente nello spettacolo costruito insieme. Desidero che torni alla Scala e soprattutto con il cast di partenza» ovvero la coppia Lisette Oropesa e Juan Diego Florez. Detto questo, «dall'anno prossimo - ancora Chailly - desidero deviare un po' dal repertorio italiano che ho così tanto affrontato in questi anni». Deviazioni che non fermeranno la continuazione del ciclo dedicato a Giacomo Puccini «anche se ci sarà un rallentamento. Non lo dimenticherò, è nei nostri progetti ma non vicinissimi», chiosa Chailly. A quando «Bohème»? «Era stata annunciata da un altro sovrintendente. Io sono malato di Puccini quindi è mio desiderio dirigere Bohème però ho bisogno del tempo giusto, delle voci giuste, oltre che di un'idea registica che ci faccia uscire dalla leggenda Zeffirelli».

A maggio è prevista la conferenza stampa di presentazione della prossima stagione, Meyer assicura che per i prossimi anni «non mancheranno mai i grandi italiani, dunque Rossini, Bellini, Donizetti, Verdi. Non possono essere assenti i grandi titoli che hanno costruito la leggenda della Scala». Si spazierà dal barocco fino al contemporaneo, e in tema di contemporaneità sappiamo che l'autunno sarà segnato dalla prima assoluta di «Madina» di Fabio Vacchi.

Esperienza vuole che sia il secondo mandato a far sì che un direttore entri nelle vene di un teatro. Si smette di studiarsi, e si acquista in leggerezza. E così scopriamo Chailly amante dei Beatles. Oggi, vanno in scena «I sette peccati capitali» e «Mahagonny Songspiel» di Kurt Weill, nella regia di Irina Brook che ha aggiunto un prologo con gaping dei Doors. «Tutti mi dicevano, non puoi domandare questo a Chailly. Chiedergli di inserire Jimmy Morrison?» (Brook). Chailly, con verve, «mi hanno attribuito la fama di parruccone in questo teatro. Io amo la tradizione, ma amo rinnovarla. Ho avuto rapporti scomodissimi con alcuni registi perché a volte hanno provocato cose che non condividevo. Mi piace che ci sia un rinnovamento ma desiderio condividerlo. Quanto ai Doors. Io ho sempre amato i Beatles, ma li ho scoperti grazie a mio figlio Alessandro».

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