Per misurare dio ci vuole la patafisica

Una generazione di lucidissimi folli da Alfred Jarry a Duchamp

La letteratura europea del secolo scorso si riassume in una parola di tre lettere oppure in quell'altra, analoga, di sei. Entrambe sono state coniate da Alfred Jarry. La prima è «Ubu». La seconda è il primo vagito di Ubu, «Merdre!», sintesi poliedrica di merda e di mare. Tutti derivano da Ubu, crassa crasi tra Falstaff e Dioniso, re degli sbragati, degli imbranati: il teatro di Artaud e Peter Pan, i gargarismi dada e l'onirico erotico di Breton, l'Art Nouveau e il Nouveau Roman, il Gruppo 63 - in estro per quel «gaio spirito d'irrisione» - e la semiologia e la narrativa di Calvino.

Alfred Jarry aveva la faccia da D'Artagnan, traduceva Robert Louis Stevenson, adorava Marcel Schwob e andare in giro in bicicletta; morì giovane - 34 anni -, povero, bilanciando con l'assenzio l'assenza di riscaldamento in casa, a causa di una malvagia meningite tubercolare. Al suo funerale parteciparono, tra gli altri, Paul Valéry e Octave Mirbeau: pare che prima di morire abbia preteso uno stuzzicadenti.

La patafisica, il prototipo di tutte le avanguardie, nasce nel 1898, poco dopo Ubu, con le Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico. Il romanzo, pubblicato postumo, nel 1911, propala quel nuovo termine, «patafisica», appunto, che sta per «scienza delle soluzioni immaginarie che accorda in modo simbolico ai lineamenti le proprietà degli oggetti descritti attraverso la loro virtualità». Che vuol dire? Geometria dell'ispirazione, anatomia dell'urlo, riassunto di ogni contraddizione in una risata. Di certo, la «patafisica» ha ambizioni teologiche. Il viaggio di Faustroll, «negromante moderno, mescolanza di uomo e di marionetta» (Sergio Solmi), nei regni dell'immaginario, infatti, ha per scopo quello «di misurare la superficie quadrata di Dio» (risposta: «Dio è il punto tangente di zero e dell'infinito»). Così, il Collège de 'Pataphysique, fondato quando il verbo di Alfred Jarry, profeta del dio Ubu e del divino Faustroll, riuscì a esplodere, l'11 maggio del 1948 - o meglio: «il 22 Palotin 75 dell'era patafisica che inizia il giorno della nascita di Alfred Jarry, l'8 settembre 1873» - è istituzione cardinalizia, di vaticini vaticani, follemente aristocratica - «Il Collège si rivolge a se stesso, comunque a una minoranza», specifica il sito, college-de-pataphysique.fr -, grandguignolescamente esoterica - «La patafisica è la sostanza stessa del mondo».

Boris Vian fu eletto Satrapo del Collège de 'Pataphysique l'11 maggio del 1953, lo stesso giorno in cui s'intronano Marcel Duchamp, Max Ernst, Pascal Pia, Jacques Prévert, i Fratelli Marx e la Quarta Repubblica - la satrapia può accogliere: animali, morti, momenti storici. Come si sa, la patafisica ha proliferato in Italia: Enrico Baj fu Satrapo nel 1990 - e a La patafisica dedicò uno studio-manifesto -, lo furono Umberto Eco, Dario Fo, Edoardo Sanguineti; nel 2016 l'onore è toccato a Luigi Serafini. L'11 febbraio del 1950 s'india Satrapo Raymond Queneau, eresiarca patafisico che nel 1960 fondò l'OuLiPo, il «Laboratorio di letteratura potenziale», che radunava, diciamo così, i patafisici riformati - tra cui, Georges Perec e Italo Calvino.

Stupidamente ritenuto dagli infedeli mero fenomeno ludico, il Collège de 'Pataphysique ha avuto un valore culturale funambolico. Basta sfogliare la rassegna di Cahiers che sono scaturiti da lì. Viridis Candela - annate 1950-57 - è un capolavoro: il numero 7 è dedicato a Julien Torma, poeta e drammaturgo da riscoprire; il numero 13 a «Rabelais patafisico»; il numero 16 a René Daumal, il 18 ad Arthur Rimbaud. L'annata successiva, quella dei Dossiers, si occupa di Stevenson, di Jean Dubuffet, di Gabriel-Albert Aurier, letterato avventuriero, avventato storico dell'arte che per primo scrisse di Gauguin e Van Gogh. Il 23 giugno 1960 un numero viene consacrato alla memoria di Boris Vian; quello del 3 marzo del 1964 è dedicato all'Institutum Pataphysicum Mediolanense. Queneau ratificò la fondazione di una sede del Collège a Milano, presso la Galleria Schwarz e poi al Soldato d'Italia, ristorante in Brera. Il pittore futurista Farfa - che morirà l'anno dopo, investito da una motocicletta, a Sanremo - fu dichiarato Trascendente Satrapo: al suo fianco c'era Man Ray, Queneau celebrava in latino impeccabile.

Forse oggi, smarrito il gusto del gioco, non prendiamo più sul serio la letteratura. Troppi autori patafisici sono snobbati dall'editoria nostra: Raymond Roussel - ritenuto, insieme ad Arthur Cravan, profeta patafisico -, Pierre Mac Orlan, Paul-Émile Victor, Léon-Paul Fargue, Michel Leiris, autore di un autentico capolavoro, Carabattole. Eugène Ionesco divenne Satrapo nel 1957 dichiarando che «dei galloni di cui mi hanno ricoperto, il titolo più importante è quello di Satrapo del Collège de 'Pataphysique, li riassume tutti».

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