Gabriele d'Annunzio fu tra i pochi a curare con sistematica consapevolezza la propria immagine pubblica, muovendosi tra ambizione artistica ("bisogna fare la propria vita come si fa un'opera d'arte") e ricerca del consenso. Sempre al centro dell'attenzione, assunse un atteggiamento teatrale difficilmente conciliabile con il pragmatismo della politica: "Io sono l'Italiano venturiero, di stampo antico e novo". A suo modo cercò di conciliare queste inclinazioni. Emblematica la dichiarazione dopo l'elezione nei banchi della Destra: "Sarà stupenda la singolarità delle mie attitudini sui banchi di Montecitorio. Io farò parte di me stesso".
Proprio per questo motivo, la politica, salvo brevi fasi, non lo considerò mai un interlocutore centrale. A un anno dalla scomparsa di Giuseppe Parlato, le edizioni Cantagalli pubblicano il suo studio postumo D'Annunzio. Un mito per la destra? (pagg. 320, euro 25; a cura di Simonetta Bartolini e Andrea Ungari), in cui lo storico mette in luce lo scarto tra D'Annunzio e le logiche della politica, spostando l'analisi dalla tradizionale questione del rapporto con il fascismo alle affinità con il pensiero di destra tra il 1945 e la fine del Novecento. Un accostamento che appare anch'esso azzardato. Già durante il Ventennio non erano mancate le riserve: cattolici diffidenti, i Guf ostili, ambienti conservatori critici e che, da allora, mantengono le distanze da Prezzolini a Montanelli, l'elenco sarebbe lungo e liberali irridenti, tra cui Croce, che lo definisce "tutto falso e commediante". Ma anche nel dopoguerra le interpretazioni restano contrastanti. C'è chi ne esalta il ruolo simbolico e politico nell'impresa di Fiume, tanto che ambienti più o meno sotterranei della destra ne fanno un feticcio, e chi, come il mondo degli esuli giuliani, istriani e dalmati, gli riserva un'attenzione particolare. Altri ancora lo considerano estraneo al fronte tradizionalista, tra cui il giovane Evola, che lo definisce "un grande imbecille". Peraltro, a dimostrazione di quanto la memoria dannunziana fosse divisiva sin da subito, si colloca anche la vicenda del Vittoriale degli Italiani, che tra il 1945 e il 1960 divenne oggetto di dibattito politico. La sua gestione, affidata a una figura antifascista ed ebraica come Eucardio Momigliano, fu a lungo contestata dalla destra.
In questo quadro così variegato, descritto da Parlato con minuzia analitica, emergono tuttavia alcune linee interpretative. La prima è quella della "rivoluzione conservatrice", richiamata da Marcello Veneziani, che colloca d'Annunzio nell'"ideologia italiana" come momento chiave di un antioccidentalismo nazionale a vocazione mediterranea. La seconda valorizza la dimensione sociale, fino all'ipotesi di un "socialismo tricolore", come suggerito da Giano Accame, che dal mazzinismo risorgimentale intreccia i sindacalisti rivoluzionari di De Ambris con il d'Annunzio della Carta del Carnaro.
La terza, di matrice conservatrice, tende invece a elidere il Vate dalla propria memoria, come dimostra l'assenza di riferimenti nei tanti volumi recenti dedicati alla destra di Governo o alla cultura di destra in generale. In fondo, come osserva Parlato, d'Annunzio poteva attirare ammiratori ma non discepoli.