La seconda collezione di Maria Grazia Chiuri per il prét-à-porter di Fendi scatena domande che forse rimarranno senza risposta. Si comincia dal perché modelle e modelli sfilino dentro una passerella chiusa in un corridoio di specchi che oltre a dimezzare i posti in sala impediscono di vedere i look. Le malelingue dicono «meglio così» perché quel che si riesce a cogliere facendo lo slalom tra il riflesso delle luci e quello degli spettatori non sembra convincente. C’è per esempio un gilet con ricami etnici di tipo afgano già visto addosso ai ragazzi irresistibili degli anni ’70 da Jimi Hendrix in giù, nelle vetrine di Antik Batik da una trentina d’anni, nel film I Tennenbaum girato da Wes Andersen nel 2001 e sulla passerella di Fendi lo scorso febbraio.
Stavolta il delizioso gilerino che da Fendi costa 12mila euro e da Antik Batik 525, compare su un minuscolo reggiseno si suppone trasparente perché Madame Chiuri racconta di esser partita dallo spirito libero e dall’uso del corpo di Raffaella Carrà e Adriano Celentano. «Avevano una sensualità familiare dice la designer romana qualcosa in cui ci si può rispecchiare senza paura». Sarà, ma nel dannato gioco tra specchi e luci siamo riusciti a intravedere la versione di Chiuri del miniabito di lurex con un gigantesco oblò aperto sulla schiena che la Carrà sfoggiava sempre a Canzonissima. Per riuscire a entrare in un vestito del genere senza sembrare un serpente che ha ingoiato una pecora devi avere un corpo forgiato dalla danza oltre che dallo spirito indomabile della Raffa Nazionale. Per l’uomo il riferimento a Celentano è meno evidente di quello a Renato Zero ma la colonna sonora dello show è Prisinncolinescionalciusol che fa ballare anche i sassi.
Marras sfila nella piazza antistante il suo show room milanese intorno a un lungo tavolo imbandito per una festa di nozze. Pare che gli sposi si chiamino Ippolita e Antiogu e all’inizio i presunti invitati compreso Adrian Brody indossano le tipiche giacche verde militare o con la fantasia mimetica che il designer sardo costumizza sempre in modo meraviglioso. Stavolta preferiamo i tailleur in pelle a strisce di colori pastello oppure in un pallido ed elusivo punto di tortora con inserti di broccato. Questi più gli abiti e i soprabiti in chiffon stampati a rose, le deliziose slingback e le pettinature cotonate degli anni ’50 sono l’unica ragione per cui vale la pena tollerare 30 minuti di ritardo e altrettanti di sfilata sotto il sole di mezzogiorno.
Da Jil Sander è tutto impeccabile: le redingote con l’allacciatura sfalsata ad arte, l’idea dell’uniforme attraversata da un rigore gentile nelle forme e nei colori, il rispetto del tempo e del lavoro di tutti, lo stile del designer Simone Bellotti. Strepitosa anche la capsule Embody Living di veramonteforte che viene presentata nello showroom dei divani Living vestiti dal designer Massimo Monteforte con lo stesso tessuto di lana lavorata al rovescio dei modelli. Tra questi si ricorda un vestito bustier che è un capolavoro sartoriale, una sublime gonna in spugna con filo trilobato catarifrangente, i divini pullover a collo alto in seta uguali per lui e lei oltre all’idea dell’abito come habitat del corpo di chi lo indossa. Debutta a Milano Zifei Wang, designer cinese laureata alla St. Martin School di Londra e sponsorizzata da JD.COM, il colosso tecnologico che sta trattando l’acquisto di Media World e di Saturn. Sulle forme c’è ancora parecchio da lavorare, ma stampe e tessuti dimostrano che la Cina è sempre più vicina al gusto occidentale.
