"Dopo l'attentato? Ho preso un menù di pesce al Mc Donald's", tutte le confessioni di Salah Abdeslam

Ascoltato dall'intelligence in carcere, l'unico jihadista sopravvissuto agli attacchi del 13 novembre 2015 parla con altri due detenuti e ricostruisce, con cinismo, tutti i momenti dopo la sua fuga

È l'unico sopravvissuto al commando di jihadisti dello Stato islamico che, il 13 novembre 2015, hanno messo in ginocchio Parigi, con gli attentati che hanno ucciso 131 persone e ne hanno ferite più di 450. Ma in queste ore, il documento di nove pagine, inserito nel file appena prima della chiusura dell'indagine per il suo processo, chiarisce dei dettagli del viaggio di Salah Abdeslam, incarcerato da quasi quattro anni nella prigione di massima sicurezza di Fleury-Mérogis (Esonne), in Francia, dopo l'attentato al Bataclan. E tra i nuovi elementi, ci sono anche i dialoghi che il terrorista francese ha avuto con gli altri detenuti.

Il documento

Secondo quanto riportato da Le Parisien, nelle conversazioni con altri carcerati, Abdeslam, proprio nel raccontare i momenti vicini all'attacco, avrebbe mostrato tranquillità, distacco e un certo cinismo. Il tutto sarebbe stato raccolto in un documento di nove pagine, che raccoglie i dati di intercettazioni telefoniche effettuate dalla sicurezza dello stato belga, che sarebbe l'equivalente di un servizio di intelligence interno, nella primavera del 2016, quando il terrorista venne incarcerato a Bruges.

Le registrazioni audio

Nel periodo di detenzione, il jihadista avrebbe risposto a poche domande dei giudici sul suo coinvolgimento nell'attacco. Durante le indagini, infatti, Abdeslam avrebbe parlato in circostanze piuttosto saltuarie, spesso solo per denunciare le sue condizioni di detenzione, sdoganare un presunto complice o lanciarsi in discussioni contro l'Occidente. Ed è proprio da proprio questi scambi con alcuni "complici", registrati a loro insaputa, che si delineano i tratti della personalità di Abdeslam. Quella di un giovane uomo impassibile, senza rimpianti, né rimorsi per quanto accaduto nella capitale francese nel 2015.

L'incontro in carcere

Con i detenuti, infatti, Abdeslam avrebbe parlato, in più occasioni, della dinamica degli attacchi del 13 novembre 2015. È il 2016: il terrorista è stato appena arrestato in Belgio e nella prigione di Bruges incontra Mehdi Nemmouche, autore dell'attacco al museo ebraico di Bruxelles, nel maggio del 2014, e Mohamed Bakkali, sospettato di essere uno dei logisti del commando del 13 novembre. I tre detenuti riescono a comunicare e tra il 22 marzo e il 17 aprile 2016 le loro parole vengono ascoltate dall'intelligence belga.

Le conversazioni

Nel pomeriggio del 14 aprile 2016, Abdeslam racconta a Bakkali, un po' in arabo e un po' in francese, come la sera degli attacchi a Saint-Denis a Parigi, sia scappato a Châtillon (Hauts-de-Seine), dopo aver lasciato tre attentatori suicidi allo Stade de France e la sua macchina, una Clio, nel 18° arrondissement. Poi spiega anche di come si sarebbe sbarazzato del suo giubbotto esplosivo. Il tutto come se stesse spiegando un'azione quotidiana, con tono quasi leggero.

La cintura esplosiva

"Avevi già gettato quella cosa?", chiede Mohamed Bakkali, dove "quella cosa" è la cintura esplosiva. Lui, ridendo, risponde: "Si certo, evidentemente. Sei matto o cosa? In effetti, avevo chiesto informazioni a un tipo. Lui mi ha guardato dalla testa ai piedi, poi ha guardato la mia giàcca. Ha visto che c'era qualcosa di strano". Il "logista" del 13 novembre comprende il motivo di tale incredulità. E Abdeslam ricorda: "Sembrava che pesassi 90 chili, fratello mio. Con la borsa e tutto sembrava che avessi delle natiche enormi. Era troppo appariscente, sapevo che dovevo liberarmene".

La mancata esplosione

La borsa di cui stanno parlando, in realtà, è il famoso giubbotto esplosivo, ritrovato abbandonato a Montrogue, che il terrorista non aveva azionato il 13 novembre, rimanendo così l'unico kamikaze ancora in vita. Le relazioni degli esperti tecnici non hanno mai mostrato con certezza se il giovane avesse provato ad attivare o meno il dispositivo. Ma esistono, oggi, delle prove che mostrano che quel sistema era difettoso, il che evitò una carneficina. Nel comunicato stampa ufficiale dello Stato islamico, infatti, oltre agli attacchi allo Stade de France e al Bataclan, veniva menzionato anche il 18° arrondissement, lo stesso punto dove l'attentatore aveva abbandonato la sua auto.

"Sono stato da Mc Donald's"

E continuando a raccontare con tono leggero quando accaduto il 13 novembre, Abdeslam, in carcere, parla anche di come avrebbe terminato quella serata, culminata con la sua fuga all'alba, in Belgio. L'inchiesta, infatti, ha mostrato come il giovane terrorista abbia trascorso la notte nella tromba delle scale di un edificio a Châtillon. "Mi sono nascosto in un edificio vicino a Mc Do, vedi?", spiega. "E non hai mangiato niente? Hai comprato qualcosa", replica Bakkali. E lui: "Sono andato da Mc Donald's. Al Mc Drive ho preso un menù di pesce". La risposta, tra le risate: "Sei un assassino, eh".

L'incontro con i ragazzini

Secondo quanto riportato, mentre i complici di Adeslam proseguono con l'attentato al Bataclan, lui fa amicizia con un gruppo di ragazzini all'interno dell'edificio. "Erano davvero giovani, fumavano canne", spiega al suo vicino di cella, "Ho parlato con loro perché, in realtà, avevano un telefono, dalla quale si potevano sentire le novità. Mi hanno permesso di restare aggiornato. Parlavano di ciò che stava succedendo. Io parlavo con loro di ragazze, di scuola e di lavoro". Secondo quanto raccontato dal terrorista, si sarebbe poi addormentato sui gradini, in attesa dell'arrivo dei suoi due amici, che devono aiutarlo ad allontanarlo da lì il mattino seguente.

L'intervista con la giornalista

Il racconto del jihadista, poi, prosegue con la descrizione di un episodio che, ascoltato dalle forze dell'ordine, sembra davvero credibile. Abdeslam, spiegando i controlli ai posti di blocco, ai due compagni di cella dice che al terzo "blocco" vengono intervistati da una troupe televisiva belga e dice: "Lei, la giornalista, mi dice: 'Lei trova normale che ci siano blocchi stradali come questo?'. Io ho risposto: Sì, è normale, date le cirocstanze, è necessario rafforzare i controlli'. Io ero nella parte posteriore".

La fuga verso il Belgio

Il jihadista dichiara di avere paura solo quando vengono schierati i poliziotti: "Erano con le loro mitragliatrici. Avevano circondato la macchina, era scioccante...ho pensato che quella fosse la fine e che non c'era via d'uscita". Ma in quel momento, Abdslam non era ancora stato identificato e il giovane riuscì a raggiungere il Belgio. Il 29 marzo 2016, invece, il giovane parla del suo arresto a Bruxells, quattro mesi dopo la sua fuga.

La lettera caduta

Il giorno dell'arresto, Abdeslam dimostrava tutta la sua preoccupazione per una sua lettera, che temeva potesse finire nelle mani delle forze dell'ordine. "Il giorno in cui la polizia mi ha preso, mi è caduta dalla tasca. Dovrei essere diffidente o altro?", aveva chiesto a Bakkali. "Non ci ho messo il mio nome, pensi che sappiano possa essere mia?", aggiunge rivolgendosi a Mehdi Nemmouche, che gli aveva consigliato di tacere di fronte agli investigatori. Secondo quanto ricostruito dal quotidiano francese, se Abdeslam risulta essere così preoccupato è perché nella lettera ha fatto un bay'ah, cioè ha promesso fedeltà assoluta a Daesh. Nessuno, però, sa con certezza se stesse pianificando un attacco in Belgio, come i suoi presunti complici all'aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles, nel marzo del 2016.

Le volontà

La missiva di Abdeslam, persa nel giorno del suo arresto, non è mai stata ritrovata. Tuttavia, nelle sue volontà, il jihadista avrebbe glorificato le sue azioni mortali (se fossero state portate a compimento): "All'inizio ho pensato di venire nella terra di Sham (cioè la Siria, ndr), ma riflettendo ho concluso che la cosa migliore fosse finire il lavoro qui, con i fratelli". Lo scorso 21 novembre, la procura nazionale antiterrorismo ha richiesto di inviarlo alla corte speciale dedicata agli omicidi e agli atti di terrorismo. E sarà proprio in quella sede che potrebbe essere definito il ruolo esatto del jihadista.

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Commenti
Ritratto di ErmeteTrismegisto

ErmeteTrismegisto

Ven, 10/01/2020 - 19:23

Ecco chi ci mettiamo dentro casa grazie ai buoni di turno. E magari dopo una , due generazioni invece di ringraziare chi ha accolto i loro genitori ti sparano pure addosso perché sei corrotto. Quando si dice la gratitudine

STREGHETTA

Ven, 10/01/2020 - 20:20

A me basta vedere queste facce, per aver voglia di vomitare.

Ritratto di Lucio Flaiano

Lucio Flaiano

Ven, 10/01/2020 - 21:24

Lucio Flaiano. Assonanze. Salah come Sala e Salam a lei kumpagn.

ST6

Sab, 11/01/2020 - 04:00

La risposta alla troupe belga indica come sia stato addestrato dagli handlers a comportarsi come le persone dei luoghi dove viveva, a passare inosservato, ad essere uno dei tanti. Ma lui non è uno dei tanti, non è solo un volontario è anche uno selezionato appositamente. Tutto di lui e dei terroristi in generale, dimostra quanto siano dei singoli e non rappresentino le loro famiglie, i loro stati, le loro religioni. Non importa che tu selezioni tra i cattolici, i protestanti o i musulmani, nell'Ulster o in Marocco, il punto è trovare i soggetti adatti. Sociopatici, legati a niente e nessuno che possano avere il terrore di perdere. Ma non brocchi, gente che apprende, che sa prendere decisioni sul campo. Non fossero diventati terroristi, avrebbero comunque ucciso a coltellate l'amico d'infanzia per una partita a dadi. Non sono recuperabili.