Le minoranze non avranno benefici dalla politica dell'identità

La sinistra progressista ha abbracciato la politica dell'identità per favorire le minoranze più disparate: ma l'ossessione politicamente corretta non garantisce benefici nel tempo

Le minoranze non avranno benefici dalla politica dell'identità

Le minoranze che hanno abbracciato la politica dell'identità e l'ossessione politically correct pur di veder riconosciuti i loro diritti (e privilegi), ampiamente supportate dalla sinistra progressista, non considerano i rischi che si celano dietro questa strategia. Come ha spiegato il celebre politologo statunitense Francis Fukuyama nel suo ultimo saggio Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi (Utet), "il problema con la sinistra odierna sta nelle particolari forme di identità che questa ha deciso sempre di più di esaltare. Anziché costruire solidarietà attorno a vaste collettività come la classe operaia o gli economicamente sfruttati, si è concentrata su gruppi sempre più ristretti che si trovano emarginati secondo specifiche modalità".

Questo si traduce di una vera e propria crociata politicamente corretta e in un approccio puramente ideologico su questioni che riguardano le minoranze, il genere, la razza, il sesso, diritti delle donne, i migranti, le associazioni Lgbt e così via. Lo vediamo anche nel mondo dello spettacolo e di Hollywood, dove tutte le ultime uscite cinematografiche sono passate al setaccio in maniera quasi compulsiva: se non ci sono attori di colore in ruoli importanti, la pellicola di turno rischia di essere etichettata come uno spot per il suprematismo bianco. Se non ci sono personaggi smaccatamente omosessuali, l'accusa di omofobia è garantita. E così, anche i classici dell'animazione usciti decenni fa, vengono messi alla gogna. Come riporta La Verità, è appena uscito un nuovo saggio sul tema di Douglas Murray, giornalista e polemista conservatore britannico, celebre firma dello Spectator e di altre testate, oltre che autore del saggio La strana morte dell'Europa. Immigrazione, identità, islam edito in Italia da Neri Pozza. Il nuovo libro, uscito nel Regno Unito e intitolato The madness of crowds. Gender, race, identity (Bloomsbury) riflette proprio sulla follia della politica dell'identità e del politicamente corretto su cui la sinistra globalista ha investito tutte le risorse ed energie negli ultimi anni.

Come spiega Murray, "i sostenitori della giustizia sociale suggeriscono che viviamo in società che sono razziste, sessiste, omofobe e transfobiche". Paradossalmente, "le società che che sono più avanzate riguardo a queste conquiste sono anche quelle che vengono presentate nel modo peggiore". Il problema è che l'ossessione sui diritti delle minoranze nel tempo produce più danni che altro, oltre a polarizzare pericolosamente le opinioni. Murray cita l'esempio delle lotte a favore dei diritti gay e Lgbt(q): "Nella seconda parte del Ventesimo secolo - osserva - c' è stata una battaglia per l'uguaglianza gay che ha avuto incredibile successo, ribaltando una terribile ingiustizia storica. Una volta però che la guerra è stata vinta, è diventato chiaro che non si sarebbe fermata. Si sarebbe soltanto modificata. Glb (gay, lesbiche, bisessuali è diventato Lgb, per non diminuire la visibilità delle lesbiche. Poi è stata aggiunta una T, quindi una Q e poi alcune stelle e asterischi. E mentre l' alfabeto gay cresceva, qualcosa cambiava dentro il movimento. Ha cominciato a comportarsi - nella vittoria - come i suoi avversari facevano un tempo".

L'ossessione compulsiva di ottenere sempre nuovi diritti, secondo il polemista britannico, rischia infatti di ritorcersi contro questi movimenti nati dalla politica dell'identità e di produrre sentimento omofobi che altrimenti ci sarebbero, sì, ma sarebbero minoritari.

Murray, citando il filosofo Kenneth Minogue, fa l'esempio della sindrome da San Giorgio in pensione: "Più aveva successo, più si faceva incantare dal pensiero di un mondo privo di draghi, e meno diventava capace di tornare alla vita privata. Aveva bisogno dei suoi draghi".

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