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Come sopravvivere agli attentati con IED

Militari, esperti in antiterrorismo, operatori dei reparti speciali e consulenti in medicina tattica tracciano un vademecum da seguire in caso di attacco terroristico con IED

Come sopravvivere agli attentati con IED

Il terrorismo si pone l’obiettivo di scardinare gli schemi classici, modificando e plasmando lo status quo che la società conosce, per tattiche riconducibili alla dottrina Shock and Awe. Operazioni volte alla paralisi di un paese tramite agguati periodici. I terroristi derivano la loro potenza dalla vulnerabilità fisica e istituzionale delle società che attaccano, e le loro imprese ottengono vasta risonanza attraverso i mass media. Di per sé, la deflagrazione di un IED è soltanto il primo passo, rispetto alla paura che episodi del genere instillano nella massa. La paura, rispetto al dolore, si trasforma in perenne ricordo, per una costante che modifica il modo di vivere.

Anatomia di un IED

L’IED è una bomba, come qualsiasi altra, solitamente formata da cinque componenti fondamentali. L’alimentatore fornisce energia diretta allo switch per l’attivazione e l’innesco. La sorgente di energia darà tramite un piccolo circuito, la corrente necessaria affinché il detonatore (se elettrico), possa trasmettere un urto detonante alla carica esplosiva. Esplosa la carica primaria, i gas si riscaldano e si espandono rapidamente sotto pressione verso l'esterno. E’ l'espansione a creare onde d'urto che viaggiano mediamente a 488 metri al secondo: la carica esplosiva, sottoposta ad urto detonante, inizia a trasformarsi, generando gas ad altissima pressione e temperatura. Tale detonazione, imprime la stessa velocità di reazione all'involucro e/o agli oggetti precedentemente fissati allo stesso (chiodi, sfere, bulloni ecc.).

Nel rapporto ideale soggetto-IED, il tipo e l'entità del danno dipende dalla posizione della persona rispetto all’ordigno. Le variabili del contesto generano scenari imprevedibili ed una letalità superiore al raggio dell’evento primario. La variabile solitamente è data dall'entità dell'ordigno per dimensioni, forma, quantità di esplosivo utilizzato, tipologia e oggetti collegati ad esso. Altra variabile è l'intasamento. Intasare una carica aumenta il potere della stessa: metterla sotto terra, nell'angolo di una struttura. L'acqua è il miglior mezzo per intasare. Da associare anche il risultato di una detonazione. Quest’ultima comporta lo sviluppo di gas ad altissima pressione, velocità e temperatura, i quali creano inoltre un'onda d'urto (principale e retrograda) che porta a "sconquassare" qualsiasi cosa che trova nel suo campo d'azione.
Per definizione, negli Ordigni Esplosivi Improvvisati diventa fondamentale la preparazione specifica e la fantasia di colui che pensa e realizza l’ordigno. L’IED può essere riposto in un contenitore con al suo interno ulteriori componenti imballati come chiodi, bulloni o cuscinetti a sfera, così come avvenuto nell’attentato di San Pietroburgo.
L’interruzione momentanea dei servizi ed il caos generato dall’esplosione infine, ritardano i soccorsi. L’impiego degli IED negli attentati è concepito per generare scenari concentrici imprevedibili. Gli IED sono un asset che provengono direttamente dalla guerriglia non convenzionale e si basano sul criterio del “poco esplosivo, massima trasportabilità, elevato effetto”.


Proteggersi
Esistono diverse procedure di sicurezza e tecnologie in grado di sventare un possibile attentato con IED, ma la prima regola da seguire è quella di essere attenti, segnalando tutto ciò che possa essere non compatibile con la routine quotidiana. Odori insoliti, comportamenti sospetti, l’abbigliamento come un cappotto pesante indossato d’estate, l’anomalia in un ambiente familiare. Sarebbe opportuno apprendere le procedure di sicurezza sia nel luogo di lavoro che in tutti gli altri siti regolarmente visitati. Familiarizzate con le possibili vie di fuga, considerando che i sistemi di transito e comunicazione saranno probabilmente fuori servizio a tempo indeterminato. Pianificate percorsi alternativi sicuri per voi e la vostra famiglia verso casa e gli ospedali. La detonazione potrebbe separarvi dal resto della vostra famiglia, quindi è opportuno che tutti i membri sappiano esattamente cosa fare, dove andare e chi chiamare. Tutti i componenti della famiglia dovranno essere dotati di un numero da contattare in caso di emergenza. A casa come al lavoro, è opportuno prendere familiarità con un kit di pronto soccorso ed emergenza, con acqua ed alimenti non deperibili per tre giorni, radio, batterie di riserva, torce elettriche.

Per il Generale di brigata Fernando Termentini, luminare in Italia nella bonifica delle mine e degli Ordigni Esplosivi Improvvisati ed autore di diversi manuali oggi in uso nelle Forze Armate, vi sono delle semplici, ma essenziali regole da seguire.

1) Non toccare qualsiasi oggetto abbandonato in un luogo pubblico specialmente se si tratta di qualcosa di inusuale. Avvertire immediatamente le forze di sicurezza, magari tenendo sotto il controllo visivo quanto rinvenuto, ma da posizione protetta.
2) Qualora coinvolti da un'esplosione senza essere colpiti, mantenere la calma, allontanarsi dal luogo dell'evento senza avvicinarsi al punto dell'esplosione per curiosare o per prestare soccorso. Nelle vicinanze potrebbe esserci un altro ordigno pronto ad esplodere proprio per colpire i soccorritori ed aumentare il numero delle vittime.
3) Se dal punto dell'esplosione escono fumi, mettersi immediatamente sottovento per evitare di inspirare sostanze nocive qualora dovesse trattarsi di un IED sporco caricato con sostanze chimiche.
4) Muovendosi in aree a rischio, cercare di cogliere ogni possibile indicatore della presenza di IED o attentatori kamikaze.

“Non esistono regole fisse per utilizzare gli IED o, almeno, chi li impiega tende a non rispettare procedure più o meno standardizzate, rendendo quasi sempre difficili e complesse l’attività di analisi sviluppata per prevenirne la minaccia. Spesso, gli IED sono utilizzati ai bordo delle strade e fatti esplodere al passaggio degli obiettivi, secondo una tecnica che incrementa a dismisura il tasso di indeterminatezza nelle operazioni e nei movimenti e atta provocare danni ingenti in termini di vite umane e materiale distrutto. La caratteristica che accumuna tutti gli IED è, come già accennato in precedenza, l’improvvisazione e la fantasia di colui che li realizza. Si sono così riscontrati IED attivati a mezzo filo, radiocomando, telefoni cellulari o involontariamente dalla vittima dell’esplosione.

Proteggere i militari

Per “Caio Tix”, operatore antiterrorismo in attività, con collaborazioni CIA e servizi segreti italiani, i maggiori pericoli per le forze dell'ordine in servizio sono l’abitudine e la routine.
“Inevitabilmente, il calo fisiologico porta a sottovalutare e non percepire un potenziale errore da parte dell’avversario. Una soluzione potrebbe essere la rotazione continua degli operatori dei team, evitando di far uscire sempre il medesimo personale. Questo approccio potrebbe essere propedeutico a far tenere elevata la soglia dell’attenzione. La protezione degli operatori, dovrebbe essere funzionale ad ordigni compatibili con la vita. L’intelligence old style fatta in loco è più che mai opportuna se parliamo di ordigni improvvisati, considerando che le bonifica dei percorsi non avviene in modo periodico. Procedure necessarie per una corretta mappatura della rete viaria”.

Convoglio standard, mitigazione del rischio
“Le forze armate oggi utilizzano degli apparati di comunicazione standard. Dobbiamo tener presente che un qualsiasi scanner è in grado di intercettare frequenze radio e satellitari. E’ un potenziale vantaggio che, unito allo studio del convoglio, permette ai terroristi di poter piazzare IED in punti strategici. Sarebbe opportuno utilizzare mezzi di comunicazione alternativi non intercettabili. L’acquisto di sim in loco, ad esempio, potrebbe essere una soluzione percorribile. Essenziale, in quest’ultimo caso, la conoscenza del fornitore per evitare di utilizzare sim clonate”.

Individuare un terrorista: i tratti comuni

Dallo studio dei filmati delle telecamere di sorveglianza, è stato possibile individuare alcuni dettagli importanti pre-attacco, comuni alla maggior parte degli eventi. Eventuali stranezze marcate andrebbero riportate alle forze di polizia od armate presenti sul luogo. Essendo indicatori molto generali, in caso non vi siano molta certezza, di quanto percepito, a volte è sufficiente cambiare la propria strada, anche in considerazione che la maggior parte degli allarmi - bomba sono falsi.

Quella che segue è una scheda di Marco Filippi, Laureato in Protezione Civile e Specialista in Cooperazione Civile e Militare ed istruttore di medicina tattica per i reparti speciali e di polizia, in Italia ed all’Estero.

Individuare un potenziale terrorista nella folla è argomento estremamente complesso ed arduo, ovviamente, anche per chi ha esperienza ed addestramento, ma l’occhio non esperto può comunque cogliere, soprattuto nei momenti che precedono l’attacco alcuni segnali importanti e facili da individuare.

1) Soggetto con “sguardo penetrante” ovvero che sembra perforare la testa di chi gli si para di fronte.

2) Vestiti fuori stagione o fuori luogo rispetto all'ambiente

3) Strani oggetti in mano, o cablaggi evidenti od occultati nei vestiti, zaini eccessivamente pesanti rispetto alle dimensioni

4) Corpetti che si sagomano, come giubbotti antiproiettili, sotto i vestiti

5) Espressioni facciali di odio, rabbia e disprezzo senza motivo apparente

6) Irrequietezza costante

Vi sono programmi di informazione alla popolazione quale fare riferimento quali il RUN/HIDE/FIGHT dell’FBI americano o il TACT Italiano, così come sono disponibili commercialmente libri dedicati alla materia e programmi per cittadini, lavoratori e professionisti di formazione alla sopravvivenza in ambiente non permissivo anche urbano (ad esempio il SAAC). Anche partecipare ai programmi di sicurezza partecipata, iniziati da molte regioni italiane, con i suoi programmi di Controllo del Vicinato per cittadini comuni e quelli per volontari a supporto delle Forze Armate e dell’Ordine, tramite Associazioni di Volontariato, quelle di Protezione Civile e di Arma contribuiscono ad una pronta individuazione di soggetti e situazioni anomale ed evitare falsi allarmi.

Combatti, scappa o paralizzati

Al presentarsi di un pericolo si attiva l’amigdala, una delle parti più arcaiche del nostro cervello, che a sua volta stimola l’ipofisi: il corpo si prepara ad affrontare con adrenalina e cortisolo in circolo la situazione di emergenza. Secondo la situazione, salvo persone molto addestrate, qualcuno correrà molto velocemente dalla parte opposta rispetto al pericolo. In altri casi può subentrare un altro “bottone” primordiale del nostro cervello: la paralisi. In questo caso, il cervello adotta una strategia diversa: la persona perde conoscenza o rimane immobile senza alcuna volontà di smuoversi da dove è rimasta bloccata. Ogni persona interpreta diversamente i vari segnali che giungono da un corpo attivato dalla percezione del pericolo e reagirà in maniera diversa in base al proprio vissuto, alle proprie esperienze, ad altre variabili di quel momento, ed al proprio addestramento (militare o sportivo) su cui si è condizionato nel tempo.

Panico

Quando in un evento terroristico sono coinvolte più persone, o meglio una folla, diverse considerazioni devono essere messe in conto. Le folle tendono ad avere reazioni diverse rispetto ai singoli coinvolti ed entrano in gioco non solo i fattori individuali qua descritti ma anche la composizione della folla (si pensi al diverso comportamento degli spettatori di uno stadio). Anche l’ambiente gioca un ruolo fondamentale: progettazione, uscite di emergenza, illuminazione e così via. Genericamente parlando occorre ricordare che il panico, essendo un fenomeno imitativo tra persone, una volta attivato, diventa ingestibile sino alla dispersione naturale o forzata della folla stessa. Il panico porta con se il rischio di altre lesioni traumatiche anche gravi per travolgimento e/o schiacciamento. A scatenarlo solitamente vi sono fattori quali paura di più individui, le limitazioni spaziali (porte chiuse ad esempio), violenza o la presenza di fuoco sulla scena dell’emergenza.

Effetto spettatore

L’effetto spettatore è quel fenomeno di psicologia sociale che avviene quando nessun aiuto materiale o morale viene offerto da chi ha assistito all’evento traumatico. La scienza ha dimostrato che maggiore è il numero di spettatori, minore è la possibilità di ottenere aiuto. Situazioni inusuali e la scarsa conoscenza dell’ambiente conferiscono scarse possibilità di ottenere aiuto in caso di emergenza.

Visione a Tunnel

La cosiddetta visione a tunnel è un altro effetto fisiologico, molto legato all’accumulo di anidride carbonica nel circolo sanguigno per effetto della aumentare vertiginoso dei livelli di stress fisiologico, e porta a perdere, come il paraocchi di un cavallo, la visione periferica, con conseguente mancata percezione del pericolo.

Affrontare correttamente i primi minuti dell’evento

Capire ed accettare la situazione

In natura, chi rimane passivo di solito muore. Non è una verità assoluta, ma lo studio anche di altri eventi terroristici del passato recente, Parigi, Nizza ed altri hanno dimostrato che è sopravvissuto chi ha preso l’iniziativa magari fuggendo, nascondendosi o affrontando il pericolo. Prendere l’iniziativa in questi casi può essere assai problematico, sia emotivamente, ma anche fisiologicamente. Essendo consci dei vari livelli di attivazione del proprio corpo, accettando il fatto di aver paura, di non aver il pieno controllo corporeo (funzioni corporee comprese) aiuta a riprendere il controllo, valutare la situazione ed eventualmente prendere l‘iniziativa. La respirazione gioca un ruolo fondamentale, e riprenderne rapidamente il controllo aiuta a gestire al meglio la propria situazione fisica e psichica.

“Io devo vivere”

Il dire “non aver paura” o “niente panico” non è di nessun aiuto nella vita reale, anzi, lo studio di eventi terroristici ha dimostrato il contrario. Occorre rimanere positivi ed attivi, ovvero smuovere la convizione di poter riuscire, poichè la volontà di sopravvivere è un fattore chiave a differenza della mera rassicurazione, sia su se che sugli altri. Tutti gli studi condotti nelle ultime guerre e nelle situazioni di sopravvivenza hanno dimostrato come l’incoraggiamento ai feriti ne migliora la possibilità di sopravvivere anche a lesioni gravi in modo apprezzabile e non solo quale espediente “da film”. Nel fuggi-fuggi generale che si genera laddove il target sia un evento (es. concerto) o ambiente sovraffollato, si deve evitare di essere travolti, ben studiando i propri movimenti. Occorre ricordare che in molti casi reali e simulati la via di fuga scelta dalla folla non necessariamente è la migliore e la più logica, e l’affollamento si crea nei posti stretti o privi di via di uscita. Qualora non si riesca ad evitare il travolgimento è necessario proteggersi come possibile raggomitalandosi ad uovo e proteggendo testa ed organi vitali.

Ottenere aiuto specializzato il prima possibile

Successivamente all’evento tutte le vittime vengono supportate psicologicamente o psichiatricamente secondo la gravità ed i protocolli di Protezione Civile locale da unità di professionisti della salute psichica e mentale a questo deputate. E’ bene accettare questo genere di aiuto, in qualunque forma professionale esso venga fornito, poichè i disturbi traumatici psicologici tendono a manifestarsi improvvisamente anche mesi od anni dopo l’evento traumatico perturbando gravemente la vita affettiva e lavorativa delle vittime, nonostante un certo senso di benessere iniziale. Parimenti anche chi è stato spettatore non coinvolto direttamente dai fatti potrebbe avere disturbi e perciò è necessario e consigliato si presenti spontaneamente alle unità di supporto psicologico. Anche i soccorritori professionali o quelli occasionali devono necessariamente prendere contatto con tale supporto quanto prima.

Detonazione di un IED: Primo Soccorso

Nelle lesioni da scoppio, tipiche degli IED, ovvero quelle conseguenti una esplosione si hanno diversi tipi di ferite. Ustioni, poichè le esplosioni non sono altro che violente reazioni chimiche esotermiche (cioè che emettono calore, e di solito moltissimo), fratture e lesioni agli organi interni dovute alle onde d’urto conseguenti l’esplosione ed infine lesioni ed emorragie conseguenti le schegge piccole e grandi proiettate ad alta velocità contro persone e cose, provenienti dall’ordigno stesso (si pensi a quelli costruiti con sfere, chiodi, bulloni) o dall’ambiente (sassi, polvere, oggetti leggeri messi in moto). Nelle esplosioni da IED ci sono vittime morte all’impatto, difficilmente se non impossibili da rianimare e salvare ed alcune vittime evitabili, ovvero persone che se adeguatamente soccorse possono sopravvivere. E la sopravvivenza di queste ultime parte proprio da un primissimo intervento di chi è sulla scena dell’evento, oltre ai feriti, anche gravi, che possono sopravvivere senza intervento alcuno per ore o giorni.

Consigli per un primo intervento di soccorso

Qualora vi siano fonti di pericolo attivo (fuoco, fiamme, fumi tossici) i primi soccorritori potrebbero divenire essi stesse vittime. Meglio allora allontanarsi dalla scena e, se incolumi, mettersi a disposizione dei soccorritori professionali (vigili del fuoco, ambulanze, protezione civile), soprattutto se addestrati alle tecniche di intervento di primo soccorso e/o antincendio. Su uno scenario di attacco terroristico si deve sempre considerare la possibilità che vi sia un ordigno secondario, che sia un attacco a sciame (con più terroristi attivi contemporaneamente) o che vi siano armi non convenzionali presenti, meglio quindi intervenire direttamente quando si è realmente sicuri di poterlo fare in relativa sicurezza. Un primo intervento può realmente salvare una vita, in attesa dei soccorsi professionali, ma non a costo di quella del soccorritore che diventerebbe un ulteriore problema per chi interverrà, e quindi si deve fermarsi, valutare la scena di intervento e poi intervenire una volta deciso di farlo.

Dare l’allarme

Non si dà mai per scontato che i soccorsi siano stati già allertati o che questi siano stati attivati in maniera corretta. Laddove attivo il Numero Unico 112 si provvede alla chiamata di soccorso a questo - numero valido per tutta Europa peraltro - oppure si attivano 112, 113, 118 o 115 in base al bisogno più rilevante in quel momento (es. molti feriti, fuoco, sparatoria in corso). Gli operatori hanno indipendentemente dal servizio corrispondente un protocollo di valutazione basato su domande, più vengono fornite informazioni precise sulle condizioni del paziente o sulla emergenza, migliore e più rapida sarà la risposta d’emergenza. Laddove si sospetti che si tratti di un evento terroristico, sottolineare appunto che è un sospetto, laddove certezza dirlo fermamente. Alcuni servizi 112, come il NUE 112 della Lombardia hanno sia una app che consente la geo-localizzazione che la chiamata di soccorso “silenziosa”, ovvero senza dover parlare con l’operatore qualora si sia sotto minaccia attiva, e tutti i servizi di emergenza possono rapidamente localizzarvi tramite triangolazione. Qualora si debba delegare un altro sopravvissuto responsabilizzare uno ed uno solo, indicandolo e dando istruzioni chiare ed inequivocabili.

Intervenire

Per prima cosa localizzare il kit di primo soccorso, anche aziendale obbligatorio per la sicurezza del lavoro più vicino, ed il DAE, il defibrillatore semiautomatico più vicino. Anche se questo difficilmente potrebbe servire contiene sempre minimali dotazioni di intervento ed non è del tutto escludibile che possa intervenire sui casi più gravi. Una volta autoprotetti con i guanti monouso presenti nei kit di primo soccorso e nei DAE la priorità assoluta è quella di arrestare qualsiasi emorragia massiccia o catastrofica si apprezzi visivamente. Non si intende una perdita di sangue cospicua, ma quella emorragia, indifferentemente se arteriosa o venosa, che prevede il rapido formarsi sul o vicino al paziente di vere e proprie pozze di sangue. In questo caso con i pacchi garza o con magliette, asciugamani, sciarpe si va ad applicare direttamente sulla parte soggetta ad emorragia una forte pressione diretta, continua, e mai interrotta per rallentare od arrestare la stessa. Chi avesse ricevuto l’addestramento previsto dal Ministero della Salute per i lavoratori al primo soccorso dovrebbe essere formato all’uso del laccio emostatico arterioso o a produrlo di circostanza qualora la compressione diretta fosse insufficiente. Il personale soccorritore volontario potrà invece intervenire secondo le tecniche ed il protocollo in uso nel proprio servizio. E’ fondamentale poi coprire le vittime e mantenerle al caldo, anche di estate ed ustionati compresi, usando il telo isotermico da soccorso, ovvero quella sorta coperta di “domopack” argentato presente in tutti i kit di primo soccorso, da campeggio, da sopravvivenza. Il paziente eventualmente traumatizzato da scoppio, da caduta non deve essere mosso e non li si deve permettere movimento sino all’arrivo di personale specializzato, con cui si può collaborare, mentre il personale addestrato a qualsiasi livello provvederà a tenere fermo il rachide cervicale del paziente manualmente. Qualora il paziente necessitasse di rianimazione chi addestrato provvederà alla rianimazione cardiopolomonare od a utilizzare il DAE.

Essere pronti

Si può essere pronti a fronteggiare il primo intervento medico su una scena terroristica essenzialmente in due modi; dotarsi di quello che gli americani chiamano EDC (every day carry) ovvero mettere in borsa l’essenziale, guanti monouso, una fonte di luce, un pacchetto garze, una mascherina/barriera e quanto altro si reputi giusto e raccomandino le linee guida e frequentare un corso di primo soccorso e di BLSD per chi non lo avesse mai fatto (i corsi di tipo B-CON) o specializzare il proprio sapere per chi già formato o professionista. (i corsi di tipo TCCC e TECC).

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