Taiwan cinta d'assedio dalla Cina di Xi Jinping

Pechino accelera l’"accerchiamento" militare e diplomatico dell'isola di Taiwan, gli Usa reagiscono inaugurandovi una nuova "ambasciata di fatto"

Taiwan cinta d'assedio dalla Cina di Xi Jinping

Il 19mo Congresso nazionale del Partito comunista cinese, tenutosi lo scorso ottobre, e il processo di accentramento del potere intrapreso all’inizio di quest’anno dal presidente Xi Jinping, sono culminati in una drastica accelerazione dell’accerchiamento diplomatico, militare ed economico ai danni dell’isola di Taiwan.

Le turbolente relazioni tra Pechino e la Repubblica di Cina, istituita a Taiwan nel 1949, dopo la fuga nell’isola delle forze leali al nazionalista Chiang Kai-shek, sono progressivamente peggiorate dopo l’elezione a presidente taiwanese di Tsai Ing-wen. Tsai, leader del Partito progressista democratico (Ppd), ha impresso una svolta marcatamente pro-indipendentista alla politica dell’Isola, rigettando il cosiddetto “Consenso del 1992”. Tale accordo prevedeva il riconoscimento, da parte di Pechino e Taipei, dell’esistenza di “una sola Cina”, senza specificare però quale tra le controparti fosse davvero legittimata a rappresentarla. Proprio questo passo indietro di Tsai ha spinto Pechino a troncare ogni comunicazione ufficiale con Taiwan; di lì a pochi mesi, nel novembre del 2016, la presidente ha aggravato la crisi con la sua telefonata di congratulazioni al presidente neoeletto degli Stati Uniti, Donald Trump.

Tra le priorità politiche tracciate dall’ultimo Congresso nazionale del Partito comunista, che ha elevato Xi all’Olimpo dei “padri” Repubblica Popolare, assieme a Mao Tse-tung e Deng Xiaoping, figura la modernizzazione delle Forze armate, che il presidente punta a realizzare entro il 2030. Durante il discorso di apertura del Congresso nazionale, Xi ha inviato un duro avvertimento proprio a Tapei, dichiarando che Pechino dispone “della determinazione, della sicurezza e della capacità di sconfiggere qualsiasi sforzo separatista per l’indipendenza di Taiwan, in qualunque forma”. Tale minaccia si è concretizzata nei mesi successivi, con l’avvio di una serie di manovre combinate di Esercito, Marina e Aviazione cinesi sullo Stretto di Taiwan. A queste manovre prende parte anche la flotta di bombardieri cinesi a lungo raggio H-6K, che da mesi effettuano missioni di pattugliamento attorno all’Isola, in quelle che Pechino ha definito espressamente prove generali di “accerchiamento” militare.

L’intensificazione delle operazioni militari cinesi attorno a Taiwan costituisce una minaccia immediata per Taipei, che sta tentando di reagire, in parte, anche tramite l’ammodernamento della sua piccola e ormai obsoleta flotta di sottomarini d’attacco. La vera minaccia che giunge da Pechino, però, è di natura diplomatica: facendo leva sulla propria enorme potenza di fuoco finanziaria, la Cina sta isolando Taipei sul piano internazionale, spingendo i pochi paesi che ancora ne riconoscono la statualità a troncare le relazioni in favore di quelle, assai più vantaggiose, con la Repubblica popolare. Il 24 maggio scorso il Burkina Faso ha annunciato l’interruzione delle relazioni diplomatiche formali con Taipei, e l’allacciamento di quelle con Pechino. Il piccolo paese africano è soltanto l’ultimo di una lista ormai consistente di paesi che hanno ceduto alle pressioni politiche e alle lusinghe economiche della Cina, che pone il principio di “una sola Cina” come prerequisito imprescindibile per l’interlocuzione con gli altri paesi.

Il mese scorso Taiwan aveva già incassato il ripudio da parte della Repubblica Dominicana; lo scorso anno, invece, era stata la vota di Panama e del Gambia, e prima ancora, nel dicembre 2016, aveva rinunciato alle relazioni con Taipei il piccolo arcipelago africano di São Tomé e Príncipe. La lista degli Stati che riconoscono formalmente Taiwan si è ridotta così ad appena 18 nominativi, perlopiù piccoli Stati insulari del Pacifico. Negli ultimi mesi, frattanto, si sono susseguite indiscrezioni riguardo l’imminente “abbandono” di Taiwan anche da parte di Paraguay, Santa Lucia e Nigaragua. L’offensiva diplomatica della Cina si è estesa al fronte delle organizzazioni internazionali, dove la Cina sta conducendo efficacemente un vero e proprio boicottaggio: l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), ad esempio, ha estromesso Taiwan dalla sua assemblea annuale, come non avveniva dal 2009.

Taipei, che da mesi esprime crescente preoccupazione per l’aperta ostilità di Pechino, ha reagito agli ultimi sviluppi con dichiarazioni di una durezza senza precedenti, a dimostrazione della minaccia esistenziale avvertita dal governo dell’Isola. La presidente Tsai ha accusato Pechino di “atti seriali di soppressione” ai danni di Taipei e di una “diplomazia del dollaro” tesa a comperare l’isolamento diplomatico dell’Isola. “L’atteggiamento (di Pechino) non farà che fortificare la nostra determinazione a proseguire il confronto con il resto del mondo, rafforzare la nostra economia e le nostre partnership di sicurezza con le nazioni a noi affini”. Con le sue parole, Tsai si riferiva evidentemente a Giappone e Stati Uniti, che pur non mantenendo relazioni formali con la Repubblica di Cina, continuano ad appoggiarla sul piano economico e diplomatico. Tokyo, ad esempio, ha accolto Taipei all’ottavo Summit dei leader dei paesi insulari del Pacifico (Palm8), che si è tenuto il 19 maggio scorso a Iwaki, in Giappone. L’evento ha riunito i leader di 16 paesi e territori insulari, sei dei quali mantengono relazioni formali con Taipei. Tokyo pare decisa a sostenere quei paesi assieme a Taiwan, così da bilanciare le pressioni cinesi: Palau, ad esempio, sconta da mesi il bando di Pechino al turismo cinese nell’Arcipelago, proprio per spingere quest’ultimo a ripudiare Taiwan.

Taipei ambisce a rompere l’accerchiamento cinese tramite un inquadramento formale nella visione strategica della “regione indo-pacifica libera e aperta”, promossa da Usa e Giappone. Tale prospettiva appare assai remota. Cionondimeno, negli ultimi mesi gli Stati Uniti di Donald Trump hanno moltiplicato i segnali di vicinanza e interlocuzione con Taipei, con l’intento evidente di porre sotto ulteriore pressione la Cina, che gli Usa stanno sfidando sul fronte del commercio e su quello dell’influenza regionale. Dallo scorso dicembre Washington ha prospettato visite della Marina Usa a Taiwan; ha approvato il “Taiwan Travel Act”, che estende l’ambito dell’interlocuzione di alto livello con l’Isola; ha dato il via libera la vendita a Taiwan di componenti per sottomarini.

Soprattutto, gli Usa hanno inaugurato la scorsa settimana la nuova sede dell’American Institute of Taiwan, una “ambasciata di fatto” a Taipei costata 256 milioni di dollari. Marie Royce, assistente del segretario di Stato Usa per gli Affari culturali, ha definito il complesso un simbolo della “vitalità del partenariato Usa-Taiwan”.

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