Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 11:00
In evidenzaAggiornato alle ore 11:00
Terrorismo

Abdul, il soldato dell’Isis e i corsi di deradicalizzazione

Il 21enne già condannato per terrorismo: nel 2025 il viaggio per combattere in Siria e l’arresto in Libano. In cella in Germania il percorso (fallito) anti estremismo

epa13134272 People attending a mourning march following a car-ramming attack near the Christopher Street Day (CSD) parade route pass an electronic display showing a police appeal for information about suspected perpetrator Abdul B. in Berlin, Germany, 26 July 2026. Police said the suspect was believed to be linked to Islamist circles, while German Interior Minister Alexander Dobrindt said the 25 July vehicle ramming, which killed one person and injured 29 others, is being investigated as a terrorist attack. EPA/CLEMENS BILAN

Abdul Rahman Toufic Ballout, 21 anni, cittadino tedesco di origini libanesi nato a Berlino nel 2005, e morto dopo uno scontro a fuoco con la polizia ieri pomeriggio in un capanno da giardino nel quartiere berlinese di Spandau, è il volto di una radicalizzazione che non si è consumata nell’ombra, ma sotto gli occhi dello Stato. Una parabola che, pezzo dopo pezzo, aveva lasciato dietro di sé segnali, ammonimenti, condanne, tentativi di recupero e infine il sospetto di un approdo definitivo alla violenza. Il suo nome oggi si intreccia al sangue versato durante il Gay Pride di Berlino, trasformato da una notte di festa in uno scenario di morte.

Ma la sua storia non comincia lì.

Comincia molto prima. Di Abdul si conosce poco dell’infanzia e quasi nulla dell’adolescenza. Le autorità tedesche hanno ricostruito ciò che è venuto dopo: un ragazzo già conosciuto dalle forze dell’ordine, incline alla violenza ben prima che il fanatismo religioso entrasse nella sua vita. Aggressioni. Lesioni personali. Estorsione aggravata. Un catalogo di reati che restituisce l’immagine di un giovane incapace di abitare il limite, come se ogni rapporto con il mondo dovesse essere misurato attraverso la forza.

Poi, tra il 2024 e il 2025 arriva il salto. Sui social cominciano ad apparire contenuti favorevoli all’Isis. Gli apparati di sicurezza lo classificano come soggetto radicalizzato. Il suo telefono viene monitorato.

Gli investigatori iniziano a seguirne i movimenti. È il passaggio decisivo. Perché l’estremismo non arriva mai all’improvviso. Sedimenta. Scava. Costruisce lentamente una grammatica dell’odio nella quale ogni differenza diventa un nemico da cancellare. Nel 2025 Abdul tenta addirittura di raggiungere la Siria. Il viaggio passa attraverso il Libano, il Paese d’origine della famiglia. Ma il progetto fallisce: grazie a una segnalazione delle autorità tedesche viene fermato, arrestato e rimpatriato. Per la giustizia tedesca quel viaggio basta a configurare un’accusa gravissima: preparazione di un grave atto di violenza contro la sicurezza dello Stato. Arriva la condanna: la pena è di un anno e dieci mesi. Segue la detenzione in un istituto minorile.

Quando esce, nel maggio di quest’anno, gli viene proposto un programma specialistico di «de-radicalizzazione». Ventisei incontri con psicologi ed esperti di estremismo. Partecipa ai primi due, il 15 giugno e il 9 luglio. Il terzo era fissato per il 27 luglio, oggi. Il giorno dopo l’attacco. Il ragazzo non avrebbe mostrato aperta ostilità durante gli incontri, ma neppure un reale cambiamento interiore: una distanza persistente tra parole e convinzioni. Non è però stato accertato che fosse un membro operativo dell’Isis, che avesse ricevuto ordini o che l’attacco fosse stato pianificato direttamente dall’organizzazione.

Eppure, il profilo di Abdul mostra la difficoltà delle democrazie europee nel contrastare una radicalizzazione che può nascere nelle metropoli occidentali, attraverso social, disagio sociale, devianza e ricerca di appartenenza, fino a trovare un’identità nella dottrina jihadista.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.