Yemen, i miliziani sciiti sono entrati nel palazzo presidenziale di Sana'a

Continuano gli scontri a Sana'a, a un passo dal colpo di Stato. Secondo Al Arabiya i ribelli sono entrati nella residenza ufficiale di Hadi

Yemen, i miliziani sciiti sono entrati nel palazzo presidenziale di Sana'a

Un pesante bombardamento a colpi di mortaio da parte dei miliziani Houthi si sta abbattendo sopra il palazzo presidenziale di Sana'a, capitale yemenita.

I ribelli, secondo quanto raccontano alcuni testimoni, hanno preso il controllo di veicoli blindati messi a guardia del palazzo di Abd Rabbo Mansour Hadi e sarebbero poi entrati nell'edificio.

Ieri si erano già verificati scontri nei dintorni del palazzo presidenziale ed era stata circondata la residenza del primo ministro. Il ministro dell'Informazione, Nadia Sakkaf, aveva parlato di un Paese "a un passo dal golpe" e di una capitale di cui nessuno al momento aveva il controllo.

Ha retto poco la tregua che sembrava essere stata trovata tra le parti. Secondo al-Jazeera sono morte almeno due guardie presidenziali negli scontri. Sta bene il presidente Hadi. Non è chiaro se al momento dell'attacco si trovasse nel palazzo.

Oggi ha rischiato la vita anche il ministro della Difesa, Mahmud Subaihi. Un gruppo di uomini gli ha sparato addosso, provocando la risposta da parte della sicurezza. Intanto due navi da guerra statunitense, la USS Iwo Jima e la USS Ft. Mc Henry sono state dislocate nel Mar Rosso, pronto a evacuare il personale diplomatico.

Il punto di vista degli Houthi

In serata Ali al-Quhoom, uno dei leader dei miliziani, ha scritto una nota online, sostenendo che l'intento dei suoi uomini è quello di proteggere il palazzo presidenziale e non di fare del male al presidente. "Stiamo proteggendo dai furti" l'edificio, ha detto, puntando il dito contro chi approfitta dei fatti per trafugare e trafficare armi.

Abdel-Malek al-Houthi ha poi accusato in televisione il presidente yemenita e le forze politiche di avere "lavorato per i propri interessi" e contro l'Accordo di pace nazionale, usando "forze straniere per giustificare le proprie azioni", favorendo al-Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), permettendo che "si estendesse in larghi tratti del Paese, derubasse banche, acquistasse armi".

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