La morte che restò senza un perché

Da nessuna parte politica, purtroppo, vi fu quasi mai la volontà di accertare la morte del glorioso primo partigiano d’Italia, come appare dalle parole e dagli scritti del suo fedelissimo «Santo» e forse perché onesto, autonomo e super partes ed esemplare ufficiale dell’esercito e magari anche perché cattolico, liberare e forse monarchico. Tutti avevano grosse ragioni per archiviare una vicenda così sconcertante e scabrosa, scrivevano Elvezio Massai e P.L. Stagno nel loro volume su «Bisagno». Prima di tutti il Pci e difatti i suoi uomini si erano inseriti ai vertici della Questura di Genova e ciò spiega abbastanza chiaramente tutto il contesto. I dirigenti degli altri partiti del Cln cominciarono subito a pensare alle elezioni e a costruirsi una propria visibilità. In fondo Bisagno era troppo autonomo e indipendente ed è comprensibile che la sua scomparsa non abbia suscitato in tutti i settori politici unanime compianto. Ci fu una specie di patto di non belligeranza che venne seguito anche nel tormentoso periodo post liberazione, e quindi anche nella misteriosa fine di Bisagno qualche esponente della Dc negli anni successivi cercò di riproporre il «caso Bisagno» e la fece anche in occasione di cerimonie ufficiali, come il benemerito presidente della Provincia di Genova, avvocato Giovanni Maggio, uomo integerrimo e il senatore Carlo Pastorino. I due illustri uomini politici chiesero espressamente che venissero riaperte le indagini e trovarono anche il consenso, soltanto apparente di altri uomini della Resistenza. Come quella volta a Chiavari, quando Arrigo Boldrini, presidente dell’Anpi, (che poi si è scoperto essere stato ufficiale della milizia e solo dopo l’8 settembre aderì alla Resistenza) si associò alla richiesta (si fa per dire) auspicando che la magistratura intensificasse la sua azione in proposito. Ma poi nulla si fece. Senza dubbio stupisce che da parte della Dc ci sia stata tanta accondiscendenza nell’accettare che una vicenda così clamorosa passasse negli archivi senza che prima venissero effettuati tutti i possibili tentativi di scoprire la verità. Eppure il suo più autorevole rappresentante, Paolo Emilio Taviani occupava posti di preminenza anche nella nuova struttura della città. Era stato una delle figure di primo piano nel Cln e sapeva quindi benissimo dei difficili rapporti tra «Bisagno» e i comunisti della sesta zona e ben conosceva i fatti che per poco non provocarono una clamorosa scissione all’interno delle formazioni partigiane. E sapeva quindi che non tutti, a guerra finita, erano disposti a dimenticare che il comandante della «Cichero» si era ribellato ai voleri di un partito, quello comunista, che intendeva egemonizzare la Resistenza.
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