Finalmente il grande giorno è arrivato. Atteso da sempre, da molto più tempo dell’ultima vittoria di un italiano a Monza, sessant’anni fa. Il grande giorno in cui i nostri tifosi hanno finalmente capito che prima viene l’uomo e poi la macchina. Sempre.
Anche se è la più bella e amata da tutti: la Ferrari.
L’avevamo scritto alla presentazione del mondiale, siamo alla vigilia di un campionato dove per la prima volta il tifoso italiano avrà la possibilità di comprendere che tifare l’uomo italiano in F1 si può, si deve. Perché è l’unico modo per consentire alle corse automobilistiche di essere e restare sport e non solo competizione tecnica.
Con il trionfo di ieri, con i sette successi di quest’anno, con la leadership iridata sempre più solida fra le sue mani, Kimi è riuscito a togliere l’imbarazzante velo che aveva coperto il tifo italiano nell’automobilismo dal 1953, quando Ascari vinse l’ultimo titolo e da quel momento non ci restò che la Rossa.
È stato un processo lento ma inesorabile quello che gara dopo gara, Gp dopo Gp ha spinto milioni di italiani a pensare rosso e non agli uomini che si alternavano in sella al Cavallino. Sono diventati così «italiani» Mike Hawthorn come Phil Hill, Niki Lauda come Gilles Villeneuve, Jody Scheckter e Michael Schumacher, Kimi Raikkonen, Fernando Alonso, Sebastian Vettel e via così fino a Leclerc ed Hamilton. L’amore per la Ferrari riuscì persino a trasformare in italianissimo Patrick Tambay, modesto pilota transalpino che a Imola 1983, quando il veneto Riccardo Patrese, in testa su Brabham, andò a sbattere all’ultimo, si ritrovò in mano il Gp e lo vinse mentre i tifosi italiani e ferraristi coprivano di fischi e insulti Patrese. Ora la marea di cappellini rossi a Monza e le bandiere Ferrari che sventolavano per Kimi dicono che quella vergogna è stata espiata, la lezione imparata e il grande giorno finalmente arrivato.
