Bob Dylan ha messo in fuga una parte del pubblico accorso a celebrarlo all’Unipol Dome di Milano. Niente di strano. Infatti, Dylan è famoso anche per mettere in fuga il pubblico. Cosa ci si aspetta, cosa si aspettavano quei milanesi che sui social hanno postato la loro delusione, da uno che ha accettato controvoglia il Premio Nobel per la letteratura e non è andato in Svezia a ritirarlo? Dylan è proprio così: ruvido e indisponente. Non è uno che asseconda gli spettatori per ottimizzare la carriera. È piuttosto il tipo che si rovina per seguire la sua ispirazione (che può essere scarsa in alcuni periodi). Restano celebri due tour di Dylan. Il primo arriva alla metà degli anni Settanta, Sua Bobbitudine si è appena convertito al cristianesimo e cerca di fare proseliti dal palco. La gente, invece di correre a pregare, corre a casa. Peccato: furono concerti impeccabili, bellissimi. Il secondo disastro arriva alla metà del decennio successivo. Dylan divideva il palco con Tom Petty and the Heartbreakers, un’autentica macchina tritasassi, composta solo da fuoriclasse, strumento per strumento. Per questo si provava serio disagio quando Dylan irrompeva fuori tempo (sempre) e stravolgeva (quasi sempre) lo spartito. Ogni fan di Dylan ha il suo concerto terribile da ricordare per sempre. L’uomo, imbronciato da trent’anni, fa la sua cosa. Non piace? Amen. Dylan va avanti, ha deciso di morire sul palco, dal quale non scende dal 1988, quando iniziò una serie di concerti ribattezzata Never Ending Tour dai fan. Tranne una pausa per il Covid, Dylan è stato in concerto da allora, passando da un continente all’altro. Ha ancora molti fan ai quali fare visita. Il concerto, beh, vedremo, anzi, ascolteremo.
