Peppino di Capri è morto, a 86 anni dopo una lunga malattia, a villa Castiglione a Capri, l'isola dove era nato il 27 luglio del 1939. Lascia i figli Igor, con la prima moglie Roberta Stroppa, e Edoardo e Daria con Giuliana Gagliardi. Pianista raffinato, autore di brani entrati nella memoria collettiva italiana, cantante elegante. Tra le sue canzoni più note Champagne, Roberta, Il sognatore, St. Tropez Twist. Ha vinto due volte il festival di Sanremo: nel '73 con Un grande amore e niente più e nel '76 con Non lo faccio più.
Capri. Peppino. La voce clandestina di mille sere d'estate, amori di contrabbando accompagnati da una canzone. Nella sua incantata Villa Castiglione, ha chiuso la sua vita, a 86 anni, Giuseppe Faiella, in arte Peppino di Capri, nome d'arte per idea del chitarrista Mario Cenci che, insieme con Pino Amenta, al contrabbasso, Gabriele Varano ai fiati, Lello Arzilli al sassofono e Ettore Bebe Falconieri alla batteria, formavano i Rockers, il gruppo che accompagnava Peppino al pianoforte, nelle serate di sogni adolescenziali. Bellissimi quegli anni '50, le memorie della guerra si scioglievano in una nuova cronaca piena di luce e di progetti, Capri era l'isola del tesoro, gli americani avevano portato la liberazione e la libertà di costumi, Gianni Agnelli faceva parte delle notti capresi prima di abbandonare quell'isola, ormai contaminata: «Andavo a Capri quando le contesse facevano le puttane, ora che le puttane fanno le contesse, non mi diverte più».
A Capri, Giuseppe Peppino nacque mangiando pane e musica, suo nonno suonava nella banda del paese, il padre, Bernardo, era un violoncellista con tanto di diploma appeso nel quadro di casa e gestiva un negozio di strumenti musicali. Tra i clienti si affacciava Renato Carosone, uno che aveva l'America nel sangue ante Renzo Arbore natum, Peppino era ancora nell'età montessoriana quando incominciò a cantare per i marinai e soldati americani, una fotografia lo vede acculato su una cassetta di birra a divertire il generale Mark Wayne Clark, «l'aquila americana» come fu soprannominato da Winston Churchill; Napoli si rialzava dalla polvere delle bombe, tutto il Paese voleva riscoprire una nuova vita, Peppiniello, con sua sorella Margherita, racimolava Am-lire e prese lezioni di pianoforte ma quando frau Elizabeth Rudolf, l'insegnante tedesca, si accorse delle notti brave, lo cacciò dal proprio studio, Raus! Convinse un gruppo di amici a formare i Rockers, avevano un nome straniero, l'onda yankee era piena di schiuma, il rock prima e il twist dopo furono l'occasione per acchiappare la meglio gioventù. Peppino faceva il pendolare tra le due isole, Capri e Ischia, serate affollate di gente ricca e famosa, quando arrivò la chiamata milanese della Carish, si presentarono come Totò e Peppino ma 50mila lire a pezzo, diviso per cinque, fate voi per l'epoca, significò roba da sceicchi. Ormai la strada era aperta, scrisse e incise Let me cry, nella facciata B You're divine dear ma per invadere i negozi di dischi a Napoli arrivarono i testi italiani, Nun è peccato fu la svolta. Sul palco, Peppino assumeva una strana postura, quasi si avvitava, fremente, al microfono, nerissimi, ricciuti i capelli, spesse le lenti degli occhiali con montatura ancora più pesante, così sarebbero stati quelli di Gino Paoli, la voce nasale mimava il timbro del suo idolo, il cubano don Marino Barreto, l'interprete di Arrivederci. Non serviva il look ma l'interpretazione, Luna caprese e I te vurria vasà non abbisognavano di orpelli. Mezza Italia ondeggiava con Let's twist again di Chubby Checker, Peppino provvide a farne una edizione nostrana conservando il testo originale, lo stesso fece con Don't play that song mentre tradusse Speedy Gonzales di Pat Boone, «... devi lasciare quel bar e devi smettere di bere per scordarti di me...». La musica era l'occasione dei raduni di folla, il Cantagiro portava, attraverso il Paese, la carovana di cantanti, Peppino vinse nel '63, la Fiat spider rossa si infilava tra due ali di tifosi, in quell'edizione c'erano anche Paoli con Sapore di sale, Little Tony, Fidenco, Michele, Edoardo Vianello.
Il matrimonio con Roberta Stoppa fu il primo segnale di maturità ma la canzone che portò nel titolo il nome della moglie fu una combinazione, non era affatto a lei dedicata, mancava una parola per completare la musicalità del testo e Peppino equilibrò il ritmo, la coppia poi si separò, di quell'amore si conserva Igor, primo figlio al quale si sarebbero aggiunti Dario e Edoardo avuti da Giuliana Gagliardi, biologa, scomparsa in età ancora bella. Piena di fotografie la lunghissima carriera e la vita sua, domenica 27 giugno del '65, in doppia edizione ore 16 e ore 21.30, al teatro Adriano The Beatles, reduci da Milano e Genova, sul cartellone d'annuncio i Fab Four sono annunciati con le lettere ballerine maiuscole e minuscole, appena al di sotto, «con PEPPINO DI CAPRI», tutto maiuscolo, a lui la band di Liverpool riservò la fotografia souvenir, null'altro. Al Number One di Capri, un tale greco di nome Aristotele si appoggiò sgarbatamente al pianoforte, Peppino, infastidito, chiese al gestore di cacciar via l'ospite lugubre di aspetto, gli spiegarono che trattavasi di Onassis: l'armatore amatore stava al tavolo con Callas, Grace Kelly e Ranieri di Monaco, meglio continuare a suonare. Altri fotogrammi, a New York con il boss Gambino, Peppino venne informato in seguito del curriculum da casellario di polizia dell'italoamericano. Totò gli propose un testo, Peppino lo bocciò con timore reverenziale, Eduardo gli consigliò di aprirsi un ristorante, Califano gli regalò Un grande amore e niente più, prima a Sanremo dove vinse due volte su quindici presenze, serate mille e più di mille, premi, memorie di giorni antichi.
Villa Castiglione è avvolta dal silenzio improvviso.
Bollicine spente dinanzi a Champagne, «... ormai resta solo un bicchiere ed un ricordo da gettare via». Nulla è da gettare via della vita di Giuseppe Faiella, tutto è da conservare e riascoltare, oggi che il tempo si è portato via una fetta della nostra età.