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Musica

James Blunt: “I social portano scontri, non pace”

L’artista inglese pubblicherà il nuovo disco “Airplane Mode”: in uscita il 6 novembre, è un vero inno alla libertà. Poi sarà in concerto a febbraio

epa11201023 English singer and songwriter James Blunt performs during his concert in MVM Dome venue in Budapest, Hungary, 05 March 2024. EPA/Balazs Mohai HUNGARY OUT

James Blunt, vent’anni fa si stava godendo il successo del suo primo disco Back to Bedlam.

«E ora vivo tra Ibiza e la Svizzera, a Verbier».

Qualità della vita al top.

«Io sono molto ispirato in questi contesti. Anzi, credo che una parte del nuovo disco dipenda proprio dalla sensazione di essere fuori dalla trappola di andare e venire da Londra e di vivere il tutto come un lavoro».

Non a caso ha detto più volte di «aver perso la propria strada».

«Beh ho pubblicato il mio primo disco quando ero un giovane uomo con un sogno. Ha avuto successo e poi sono iniziate le difficoltà di ritrovarsi al centro dell’attenzione dei media».

Ora che di anni ne ha 52, James Hillier Blount detto James Blunt, nato in paesino del Wiltshire in Gran Bretagna, ha preso consapevolezza del proprio ruolo e lo vive con la massima naturalezza. Scrive quello che vuole e lo pubblico quando vuole. Dopotutto, se sei figlio di un colonnello dell’aviazione inglese, hai venduto oltre venti milioni di dischi e hai pronto l’ennesimo tour mondiale, beh, puoi permetterti una certa libertà. E difatti questo suo nuovo disco, che si intitola Airplane Mode ed esce il 6 novembre è un inno volatile (bisogna dirlo visto il titolo) alla libertà non tanto stilistica quanto di sentimenti e sensazioni. «Avevo finalmente capito il mio ruolo, che è quello di essere parte dell’industria musicale» dice adesso vivaddio. Quindi obblighi, scadenze, date prestabilite. Poi è accaduto qualcosa che aveva un significato molto simbolico, ossia, come spiega proprio lui, «un paio d’anni fa la mia etichetta ha pubblicato il mio greatest hits e, si sa, si pubblica un greatest hits soltanto quando sei morto». Ovviamente intende dal punto di vista commerciale. Così, prosegue lui, «ho capito che non dovevo più preoccuparmi dei risvolti commerciali del mio lavoro».

Insomma questo ex ufficiale dell’esercito inglese, che nel 1999 è stato anche il primo ufficiale a entrare a Pristina, capitale del Kosovo, al comando di un reparto da ricognizione, non è rimasto schiavo dei giganteschi successi della sua carriera da quella You’re beatiful suonata in tutti il mondo ai matrimoni fino a Goodbye my lover e Wisemen. Anzi, è diventato il prototipo della popstar («purtroppo non sono una rockstar») che è riuscito a costruirsi una vita parallela, un matrimonio resistente (quello con Sofia Wellesley, nipote del duca di Wellington Arthur Wellesley), una serena credibilità che comunque gli consente di suonare in tutto il mondo in grandi spazi senza grandi preoccupazioni. Mica poco.

Cos’è successo quando si è accorto di sentirsi libero dalle pressioni?

«Ho detto alla mia famiglia di non preoccuparsi e di non impaurirsi e che avrei scritto un disco più introverso, magari più scuro, che non diventasse una conversazione con il pubblico ma con me stesso. La persona con cui parli di più al mondo è te stesso, la voce che senti nella tua testa».

Come reagisce il pubblico?

«Scrivere canzoni che sono oneste con te stesso è una cosa che mette paura perché ti rendi conto che la gente le ascolterà e inizierà a conoscere i tuoi pensieri più cupi e anche quelli più deboli. Magari le cose che si scoprono saranno anche le più innocenti ma possono essere anche quelle che avresti preferito nessuno ascoltasse».

In poche parole, sono canzoni che raccontano il vero. Proprio in un’epoca di musica spesso finta.

«Ecco, proprio mentre siamo in un periodo di musica generata dal computer e dall’intelligenza artificiale, credo che ci sia rimasta una cosa molto eccitante: il tocco umano, l’umanità. Anche per questo il disco è stato frutto di un processo emozionante nato dagli incontri e dalle registrazioni nello studio di Banbury con me, con la mia band, con gli errori, la gioia e tutte quelle cose che non vengono fatte da un computer ma ancora dall’intelligenza umana».

Lei è stato un soldato dell’esercito britannico. Ci sono state le elezioni in Israele e ci sono tante guerre in giro per il mondo. Finirà prima o poi?

«Intanto è giusto dire che io sono un musicista e non necessariamente un punto di riferimento nel mondo. E la mia opinione non deve necessariamente essere importante».

Però ci vuole.

«Ci sono politici che vogliono espandere il loro potere. Abbiamo l’informazione che sottolinea soltanto le differenze invece di esaltare i punti di contatto. E poi ci sono i social che sono guidati dall’algoritmo e creano discussioni e lotte piuttosto che discorsi basati dalla comprensione reciproca».

James Blunt si esibirà in Italia il 27 febbraio a Milano e il 28 a Firenze.

«Il mio ultimo tour è durante quasi due anni, ossia 21 mesi, stavolta andrà avanti almeno per un anno e sapete cosa penso? Che io vivo e respiro musica».

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