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Musica

Ramin Bahrami: “Per guarire la società ferita ci serve Bach”

Il pianista iraniano, da anni in Italia, parla del potere curativo del musicista: “È un maestro di vita e di equilibrio”

Ramin Bahrami

Il pianista iraniano Ramin Bahrami aveva sei anni quando vide suo padre per l’ultima volta. Ingegnere dello Scià, dunque perseguitato dal regime degli ayatollah, morì in carcere nel 1990. Bahrami trovava rifugio in Italia e nella musica, in Bach soprattutto: una casa in cui tornare e ritrovarsi. Il 27 ottobre, a Bologna, Bahrami si esibirà alla Milanesiana d’Autunno, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, dopo il dialogo tra Charlotte Casiraghi e Michele Brambilla sul libro

La crepa, dedicato alla vulnerabilità umana. Una fragilità che attraversa anche la storia personale del pianista e che diventa il punto di partenza della nostra conversazione: dalla musica come cura alle ferite della società contemporanea.

La musica aiuta a guarire?

«Assolutamente. E in particolare la musica di Bach, che non è soltanto un compositore, ma un maestro di vita: è equilibrio e guarigione. Bisogna ascoltarlo, ascoltarlo, e ascoltarlo ancora. Mi viene in mente una frase attribuita a Einstein: Amalo, studialo e stai zitto».

Che cosa suonerà alla Milanesiana?

«Il Concerto italiano di Bach e la Sonata al chiaro di luna di Beethoven».

Un tempo i suoi concerti erano monografici: Bach, e punto.

«Ho cinquant’anni ed ora amo spaziare da Schumann a Chopin, fino a Debussy, anche perché, in fondo, tutto riconduce a Bach, che per me rimane al primo posto».

John Eliot Gardiner, immenso bachiano, dice che Bach è danza.

«Lo adoro e condivido il suo pensiero. Vorrei dire ai giovani: andate meno in discoteca e ballate sulle Suite di Bach. Ne trarrebbero grande piacere».

Maestro, ammetta: è utopia.

«I ragazzi non rifiutano la musica classica, chi non la coltiva è perché non ha avuto l’occasione di scoprirla».

Di chi è la responsabilità?

«Della politica e della famiglia, anch’essa vittima dell’impoverimento culturale. Dovremmo fare meno chiacchiere in televisione e offrire più musica».

La crepa riguarda anche una società attraversata dalla violenza.

«Sono dispiaciuto per la nostra bellissima Milano presa d’assalto i giorni scorsi. Ringrazio Elisabetta Sgarbi e la Milanesiana, che ci ricordano che la città non è quella dei vandali, ma di chi produce e crea. Detto questo, è giusto punire chi commette atti vandalici, ma bisogna interrogarsi sulle cause. Viviamo in una società che esalta modelli aggressivi, da Trump a Musk. Dovremmo invece orientare i giovani verso Shakespeare, Verdi e Mozart».

Sua figlia ha 14 anni. Cosa pensa, da padre, di questi ragazzi?

«Mi chiedo se le cose sarebbero andate diversamente se un padre avesse parlato loro di Mozart e mostrato la bellezza di un abbraccio, invece di lasciarli davanti a un telefonino».

Molti dei ragazzi coinvolti sono di origine straniera. Si parla di rabbia profonda. Ma Lei come si sentì quando arrivò in Italia?

«Accolto e abbracciato, mi sono diplomato al Conservatorio di Milano dove studiarono Muti, Gatti, Abbado, Pollini, Chailly: che altro chiedere? Ma dobbiamo fare ancora di più: organizzare più iniziative culturali, investire nelle eccellenze e parlare meno di riarmo e violenza. Vorrei che ai giovani si raccontasse la bellezza delle cantate di Bach».

Ha ancora familiari a Teheran?

«Ho un fratello e una zia di novant’anni. Vivono nell’incertezza quotidiana, soprattutto quando le tensioni e i bombardamenti impediscono persino di comunicare. Ho rivisto mio fratello qualche anno fa, in Turchia, dove aveva accompagnato nostra madre, rimasta bloccata durante una visita in Iran. Riabbracciarlo è stato emozionante».

Che cosa significa oggi sentirsi iraniano?

«Sono profondamente innamorato della cultura persiana e provo nostalgia per ciò che è stato il mio Paese. Guardo ai suoi millenni di storia, a ciò che anticamente lo rese grande. Gli anni più recenti, per me, è come se non esistessero: li rimuovo».