Biagio Antonacci pubblica un disco nel bel mezzo di un tour e, quando ne parla, è irruente e fantasioso proprio come il cavallo cui ha dedicato le canzoni.
Come mai scegliere di intitolarlo proprio Mustang?
«Perché è il cavallo più matto ma anche più fedele».
Lei si sente un mustang?
«Beh io un po’ mi sento di essere un cavallo pazzo. Credo di aver sempre avuto una testa selvaggia che non vuole appartenere a niente e a nessuno».
Anche a 62 anni?
«Da giovane siamo quasi tutti “mustang”, poi si cresce, ci si adatta. Io provo a restare quello di sempre».
Ora di certo Biagio Antonacci è quasi inarrestabile tanto parla velocemente spaziando dai concerti alle nuove canzoni che escono oggi e compongono quello che è a occhio e croce il suo diciassettesimo disco. È in viaggio perché sta chiudendo la tournée di quaranta concerti (tutti esauriti) in luoghi spettacolari come il Teatro Greco di Tindari a Patti, l’Anfiteatro Romano di Lucera, l’Anfiteatro del Vittoriale di Gardone e ora gli spettacoli al Teatro Grande di Pompei che termineranno il 4 ottobre. Sono show particolari perché costruiti «unplugged», con arrangiamenti inediti e un filo conduttore: l’essenzialità. «È una soddisfazione incredibile tornare a esibirmi solo in “provincia” dopo tanti anni, c’è la possibilità di godersi la natura vera della musica dal vivo, che nasce per comunicare a chi è vicino a te». E questo desiderio c’è anche nelle nove canzoni di Mustang: «È un disco che, se lo spogliassi, starebbe in piedi in versione chitarra e voce».
Insomma, Antonacci, torna alla luce la sua vena cantautorale.
«Sì, anche nello spirito. Mustang, il brano che apre il disco, è una sorta di nuova Liberatemi. Oggi mi sento davvero un cantautore».
L’unico ospite è Sayf in Spiritualè.
«Circa tre mesi prima dell’ultimo Festival di Sanremo, mio figlio Giovanni è arrivato con Sayf. In cinque minuti ha terminato la strofa del brano e io ho pensato “eccolo qua, mi piace”. Poi mi ha fatto ascoltare il brano che avrebbe cantato e non ho avuto dubbi: vai, è perfetto per l’Ariston».
A proposito, lei è andato per la prima volta al Festival in gara nel 1988, poi ha fatto il bis nel 1993. Ogni anno la mettono tra i papabili.
«Intanto io non ho paura della gara. Ma per Sanremo ci vuole una grande canzone d’amore o di spirito. Se l’avessi, non avrei problemi a candidarmi».
Lei è credente?
«Sono cattolico non praticante, diciamo che sono mezzo cattolico e mezzo ateo. Credo che ci sia un fulcro più forte dell’esistenza terrena e che, con il passare del tempo, ci avvicini alla fede. Arrivare alla fine senza averla, sarebbe un problema».
