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Viaggio nell’"inferno" elettronico dei Boards of Canada

Il gruppo scozzese torna dopo tredici anni con un disco sulfureo che unisce scienza e misticismo

Viaggio nell’"inferno" elettronico dei Boards of Canada
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Qualche settimana fa i social media hanno iniziato a riempirsi di brevi filmati che mostravano una grande croce illuminata in dissolvenza, sullo sfondo di tubazioni e ponteggi. In un'oscura sala d'essai di Barcellona è stata proiettata l'immagine di un grande esagono fiammeggiante. La figura geometrica ruotava ipnoticamente sullo schermo, come in un lungo loop, mentre veniva riprodotto integralmente il nuovo lavoro dei Boards of Canada, duo scozzese di Cullen, un villaggio della costa Nord-est. L'album si chiama Inferno, ed è pubblicato dalla Warp, la casa discografica di Sheffield che negli Anni Novanta ha rivoluzionato il concetto di musica elettronica ed ambient. Giunge dopo tredici anni di silenzio, e l'uscita è stata accompagnata da una ridda di congetture, anticipazioni, letture interpretative delle presunte intenzioni dei due, che avrebbero disseminato le nuove tracce di elementi esoterici, suggerendo l'ipotesi di una qualche rivelazione nascosta nel mix di suoni analogici, misteriose voci fuoricampo, registrazioni di trasmissioni radiofoniche...

Ogni secondo di musica dei Boards of Canada, sin dall'esordio nell'ormai lontano 1998, ha sempre fatto versare fiumi d'inchiostro, anche al di là dell'indubbia fascinazione per le ritmiche rallentate, e delle sfasature prodotte dalla manipolazione del suono con obsoleta strumentazione degli Anni Settanta, sino a ottenere artificiosamente una sorta di sbiadimento della brillantezza digitale delle registrazioni di studio. La loro musica è un intreccio di elementi tratti dalla breve stagione del trip hop, allorché a Bristol e poi in tutto il Regno Unito si è cominciato a ibridare l'hip hop prima con le chitarre e poi con la rievocazione della psichedelia più oscura. Ma il tratto peculiare è nella capacità di creare una malinconica atmosfera retrofuturista, in cui sembra di ascoltare la colonna sonora immaginaria di qualche vecchio sceneggiato televisivo di fantascienza. È il futuro come ce lo siamo immaginato nell'epoca del riflusso, dell'emersione di paure e distopie.

Come ogni album del duo, Inferno si apre con una sorta di jingle, che introduce un brano quasi rock dal titolo Prophecy at 1420 MHz, allusione alla frequenza di risonanza dell'idrogeno, che si ritiene possa essere utilizzata come segnale nelle comunicazioni interstellari. Il brano sfuma su di una voce che sembra appartenere a un'interfaccia Ia. Nelle tracce ricorrono riferimenti all'anticristo, a Osama Bin Laden, ad Aleister Crowley, quasi si trattasse di un reperto archeologico della demonologia posticcia del rock.

La fumisteria è dietro l'angolo, eppure i critici di mezzo mondo si stanno scervellando per comprendere se dietro la lunghezza inusuale delle citazioni, le sfasature armoniche generate dalla scordatura degli oscillatori e altre apparenti incongruenze del suono sia nascosto un qualche codice da decifrare. Capace di rendere questa musica la mappa di un altrove, e non solo il vagheggiamento di un futuro che non vedremo mai.

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