Muti conquista Sarajevo: «Beethoven e Brahms esaltano la nostra civiltà»

SarajevoCommuove e scuote vedere le voci di professionisti, impostate ad arte, tingersi del candore delle voci di fanciulli in calzoncini e blu jeans. Tutti figli della Bosnia del dopo guerra, messaggio in carne ed ossa di un Paese che vorrebbe guardare al futuro, se solo l’Europa s’accorgesse. «Siamo Europei tanto quanto lo sono Bulgari o Romeni che pure sono entrati in Europa, però noi, per uscire dal nostro Stato, abbiamo bisogno del visto, dobbiamo subire ore di fila in ambasciata», lamenta Emir Huhanovic, un tempo direttore dell’Orchestra Filarmonica di Sarajevo ed ora creatore di una rete di scuole di musica pensate «per formare i ragazzi, non conta se saranno i musicisti. Per noi la musica, qui in Bosnia, è anzitutto una terapia».
Lunedì, sul palco dell’Olympic Hall Zetra, assieme ai complessi del Maggio Musicale Fiorentino, c’erano 275 coristi di diverse età (ben 103 i bambini, tra essi gli allievi di Huhanovic), religioni e città bosniache, un esercito di circa 500 musicisti, compresi i 32 strumentisti bosniaci, che facevano un corpo solo nel Va Pensiero di Giuseppe Verdi. Sul podio, Riccardo Muti che è così tornato a Sarajevo a dodici anni di distanza da quel primo concerto dei «Viaggi dell’amicizia», appuntamenti che il Ravenna Festival rinnova ogni luglio proprio dal 1997, quando a Sarajevo Muti e orchestra della Scala volarono con aereo militare, le custodie degli strumenti vennero ispezionate una ad una, e il concerto fu pomeridiano così da poter rientrare prima che i cieli diventassero impercorribili. Quello del 14 luglio 1997 rimane un appuntamento ben saldo nella memoria dei bosniaci: «Muti è stato uno dei primi artisti a venire qui dopo la firma del trattato di pace», ha ricordato il sindaco Alijia Behmen, che al direttore ha consegnato la chiave della città, «simbolo di una relazione permanente con Sarajevo. Di fatto lei non ha più bisogno di chiavi: la porta sarà sempre aperta».
Dopo dodici anni, Muti è tornato a Sarajevo, nello stadio che, eretto per le Olimpiadi invernali del 1984, è stato il simbolo di una città che voleva lasciare una traccia, e un decennio dopo, sventrato e convertito in obitorio, fu luogo di morte. Ora è luogo di ricerca del futuro. Nel programma del concerto di lunedì campeggiava la stessa Sinfonia Eroica di Beethoven proposta nel 1997, ma ora eseguita con un altro spirito, perché «allora si avvertiva nel pubblico un senso di desolazione e di tragedia, ora è la gratitudine a prevalere», confessa Muti. Poi è chiaro. La guerra gela anche i cuori più teneri, si ha paura ad esternare le emozioni, parlano i visi che portano impressa la durezza di anni d’assedio, di pulizie etniche, di fratture non ancora ricomposte. E gli ottomila e passa spettatori, tirati a lucido per l’occasione speciale, lunedì applaudivano sì all'Olympic Hall Zetra, ma con una dignità severa. Applaudivano un concerto intenso per la portata simbolica, per il programma in sé che combinava Rapsodia per contralto e Canto del destino di Brahms con l’Eroica di Beethoven. Era il Beethoven e Brahms proposti il giorno prima a Ravenna, ma che nello stadio bosniaco hanno avuto un altro colore ed anima. E vorrebbero, a loro modo, contribuire a riaccendere l’attenzione su un Paese che i Bosniaci lamentano essere stato dimenticato dall’Europa. Qui le spaccature continuano ad essere domate con fatica, con un ben calcolato lavoro di ingegneria politica. Il dispiegamento dell’esercito, pur assottigliatosi rispetto al 1997, è lì a dimostrarlo. Ma anche l’inno nazionale, inesistente 12 anni fa, ricorda che c’è una Repubblica di Bosnia ed Erzegovina.
Di lacerazioni e vecchie ferite ne sa qualcosa anche l’Italia, ed è proprio qui, nelle terre carsiche del Nord Est, che Cristina Mazzavillani Muti, artefice del Festival, vorrebbe far tappa con la prossima edizione del «Viaggio dell’amicizia»: per ricordare le sofferenze delle foibe, progetto che già ha raccolto il favore del Presidente Napolitano. Ci si lavorerà.
Anche lunedì, Muti, oggi più che mai in viaggio nel mondo, ha speso parole per l’Italia, nel parterre rappresentata - tra gli altri - dal sottosegretario agli esteri Alfredo Mantica e dal sindaco di Roma Gianni Alemanno. A tutti ha ricordato che la «possibilità di sopravvivenza della nostra civiltà, sta nella cultura e nella sua forza unificatrice».

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