A Napoli poliziotti in servizio senza aver mai giurato fedeltà

Quando Umberto Bossi, alcuni anni fa, rivelò all'Italia di averlo duro (lui e tutti quelli della Lega) la maggior parte degli italiani si scandalizzò per quella espressione così audace, e, diciamolo pure, volgare. In realtà, l'affermazione pubblica di avere un membro virile non è esclusiva di Bossi. Fino a qualche anno fa, cioè fino a quando il servizio militare era obbligatorio, i soldati di leva (molti soldati di leva) durante il giuramento ufficiale, invece di gridare: «Lo giuro!» gridavano «L'ho duro!». Qualcosa, secondo me, arrivava alle orecchie dei comandanti, ma questi non potevano mai essere certi di aver ascoltato bene ciò che mai avrebbero voluto ascoltare, data l'assonanza tra le parole «giuro» e «duro» (e dato il boato che ne veniva).
Nel 1974 il sottoscritto, militare di leva a Campobasso, non pronunciò né la parola giusta (giuro) né la parola sbagliata (duro), essendo in licenza per gravi motivi familiari. Ciò nonostante servì l'esercito per 12 mesi. Settimane dopo, nel giorno in cui i commilitoni si recavano al poligono di tiro per sparare i primi colpi di fucile, egli ritornò in licenza, sempre per gli stessi gravi motivi. Ciò nonostante fece almeno una trentina di guardie ad una polveriera (e s'era al tempo degli attentati alle caserme e dei cosiddetti gruppi rivoluzionari). Insomma, un soldato degenere; uno che non aveva prestato fedeltà allo Stato, e che era incapace di colpire un piccione (figuriamoci un brigatista).
Adesso arriva una notizia che con la mia storia ha un poco a che fare. E questo per due ragioni. La prima è perché viene da Napoli, la mia città, la seconda è perché i protagonisti hanno condiviso (per anni) la mia esperienza di militare «non regolamentare». La storia è questa. Un gruppo di poliziotti (ne dà notizia - incredula - la Confederazione Sindacale Autonoma di Polizia) ha ricevuto l'invito di recarsi in Questura (vestiti della divisa ordinaria) provvisti di marca da bollo di 14,62 euro, per prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica Italiana. Il fatto clamoroso è che questi poliziotti sono in servizio operativo da dieci anni, e solo adesso ci si accorge del loro mancato giuramento. Roba che se gli arrestati (e chissà quanti ce ne sono stati in questi dieci anni) avessero saputo al momento del fermo, forse avrebbero potuto contestare, sollevando un casus belli assai interessante. Gridare «l'ho duro» al posto di «lo giuro» non ha valore giuridico, evidentemente, ma potrebbe essere considerato un mezzo-giuramento (un giuramento goliardico, se vogliamo, che sta al giuramento vero come il latino maccheronico sta al latino di Orazio); i nostri poliziotti - come il sottoscritto - non hanno gridato neppure questo, sarebbero da considerarsi dei «fuorilegge», ma coi fatti hanno dimostrato di essere gendarmi a tutti gli effetti, sbattendo nelle patrie galere chissà quante canaglie.
Resta il fatto che in una delle città a più alta densità criminale d'Europa, è davvero incredibile che tutori della legge possano esercitare (e così a lungo) il proprio servizio senza aver promesso fedeltà allo Stato (è come se uno sposo non avesse pronunciato la formula di rito davanti all'altare).
Napoli, si sa, è una città di falsi; ma non tutti sanno che esistono anche i «falsi autentici». Che cosa significa questo? Le cosiddette patacche si trovano dappertutto, in città, ai Quartieri Spagnoli come a Forcella; ma in alcune zone si trovano imitazioni perfette di alcuni prodotti, che vanno sotto la denominazione di «falsi autentici»: falsi autentici Valentino, falsi autentici Mont Blanc, falsi autentici Rolex. E le cifre richieste sono molto alte.
D'ora in avanti dovremmo considerare falsi autentici anche i poliziotti che non hanno prestato giuramento?

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