Ci pensa lo stesso Donald Trump a spegnere il fuoco che rischiava di incendiare le relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Da Davos, dopo avere annunciato nel suo discorso al World Economic Forum la rinuncia alla forza militare per l'acquisizione della Groenlandia, il presidente Usa, dopo avere incontrato il segretario generale della Nato Mark Rutte, ha sparigliato: "Abbiamo definito il quadro di un futuro accordo relativo alla Groenlandia e, di fatto, all'intera regione artica. Questa soluzione, se finalizzata, sarà estremamente vantaggiosa per gli Stati Uniti d'America e per tutte le nazioni della Nato". Alla luce di questa svolta, stop ai dazi che sarebbero dovuti entrare in vigore contro le nazioni europee che si erano messe di traverso. Di fatto, quella adottata da Trump, è la linea sostenuta in queste settimane dalla premier Giorgia Meloni, che aveva rifiutato il muro contro muro con Washington e, proprio mentre il tycoon affidava ai social il suo annuncio, nello studio di Bruno Vespa ribadiva: "La Groenlandia va trattata nell'ambito delle dell'Alleanza atlantica. È una competenza della Nato".
L'esito sarà da verificare strada facendo, ma certo le parole di Trump riportano la temperatura tra americani ed europei a livelli normali, dopo gli stracci che erano volati a Davos prima dell'arrivo del presidente Usa. Lo scontro era andato in scena martedì sera, in occasione della cena per super vip organizzata da Larry Fink, il boss di BlackRock, la più grande società di gestione patrimoniale al mondo e co-presidente ad interim del World Economic Forum. Secondo varie ricostruzioni, tra cui quelle del Wall Street Journal e del Financial Times, Lutnick avrebbe preso la parola per ultimo e davanti al gotha della finanza, dell'economia e della politica mondiali si sarebbe lanciato in un'invettiva contro le politiche energetiche europee e la presunta perdita di competitività del continente a livello globale. Applausi da parte degli ospiti americani. Da parte europea sarebbero invece partiti "diffusi fischi di disapprovazione". La reazione più plateale sarebbe stata quella di Christine Lagarde. Secondo il racconto di chi era presente, la presidente della Bce, poi seguita da altri commensali, si sarebbe alzata e avrebbe lasciato anzitempo la sala, con l'ospite Fink che cercava di riportare tutti alla calma.
Lutnick, uno dei principali sostenitori dei dazi all'interno dell'Amministrazione Usa, già prima della cena era andato giù duro, con un intervento pubblicato sul Financial Times nel quale aveva adottato i toni muscolari propri di Trump: "Non andiamo a Davos per difendere lo status quo. Andiamo ad affrontarlo a viso aperto. Siamo qui a Davos per chiarire una cosa: con il presidente Trump, il capitalismo ha un nuovo sceriffo in città". E ancora, "per troppo tempo, il destino dell'economia globale è stato deciso da un'élite internazionale che ha preso il potere economico dell'America e lo ha ceduto al resto del mondo", si era lamentato.
Dopo il plateale "walkout" di Lagarde, un portavoce di Lutnick ha sostenuto che durante il discorso nessuno si era allontanato frettolosamente e solo una persona aveva fischiato.
Il colpevole sarebbe stato individuato nell'ex vicepresidente democratico Usa Al Gore, che però ha precisato: "Non l'ho interrotto, ma alla fine del discorso ho reagito come ho sentito di dover fare. E così hanno fatto molti altri". Il tema del raduno di Davos quest'anno è: "Uno spirito di dialogo".