"Mi chiamo Gian Luca Pelloni Bulzoni. E sono il figlio adottivo di Raffaella Carrà". Così: direttamente, semplicemente. Senza tanti giri di parole ieri (nel giorno che sarebbe stato l'83esimo compleanno di Raffa) è finalmente uscito dall'ombra l'uomo al quale, sbalordendo migliaia di fan e perfino molti dei suoi più stretti collaboratori, la Carrà aveva voluto segretamente dare il proprio nome, pochi mesi prima di andarsene.
Totalmente ignoto ai più, defilato, rigorosissimo, ma anche solare e affabile, in molte cose simile - insomma - a quella che lui stesso non esita a definire "come la mia mamma", Pelloni Bulzoni aveva finora "rifiutato tutte le interviste, declinato tutte le ospitate tv. Perché Raf (così la chiama lui, ndr) me lo ripeteva sempre: Quando non hai nulla da dire è inutile che parli". Stavolta, però, ha parlato, volentieri e a lungo: si trattava infatti di presentare la Fondazione Raffaella Carrà ETS, voluta dalla stessa showgirl "per sostenere i giovani di talento e le iniziative benefiche alle quali Raf si era sempre dedicata. La vita era stata molto generosa con lei. E con la Fondazione lei voleva restituire un po' di quanto aveva ricevuto". Ecco allora per la prima volta il racconto di questo legame segreto; compresi i passaggi difficili, la scoperta della malattia, l'inattesa adozione. "La conobbi nel 2001 - racconta il sessantaduenne Pelloni Bulzoni, che all'epoca faceva il body guard (e che nel raccontare si commuove spesso) -. Lei fu così contenta di me che dopo 4 mesi la Rai mi chiese se potevo lavorare a Carramba".
Da quel momento lui (che tra il 2004 e il 2016 perde entrambi i genitori) l'accompagna i tutti i viaggi con cui lei segue le proprie adozioni a distanza: in Guatemala, Messico, Perù. "Una grande maestra di vita, una persona eccezionale eppure incredibilmente umile. Finché il 22 aprile del 2020, durante il lockdown, il suo medico personale Renato Tulino le diagnostica un tumore ai polmoni. Il 4 maggio ci trasferiamo a Roma per le cure. Ero seduto in ufficio con lei quando le dissero che il suo era uno dei tumori peggiori. Una tranvata pazzesca. Quando capì che la malattia non l'avrebbe risparmiata, lei l'affrontò come affrontava tutto: pianificando. La vedo che scrive. Cosa scrivi Raf?. Il mio testamento. Il giorno dopo mi fa chiamare in ufficio. Per portare avanti le cose che lascio vorrei adottarti. Sei d'accordo?. Io non sapevo cosa rispondere. Va bene - fa lei - ti lascio tutto il tempo che vuoi. Basta che me lo dici subito".
Degli adottati a distanza, di cui la Fondazione continuerà ad occuparsi, il figlio di Raffa ricorda un bambino peruviano di dieci anni, "al quale lei fece assaggiare un'arancia per la prima volta in vita sua", e John, un bambino filippino che sognava di diventare medico e che lei ha continuato a sostenere finché non s'è laureato. "I giovani sono come pietre grezze - mi ripeteva sempre - che possono essere trasformate in diamanti". Stesso principio la Fondazione seguirà nei progetti per "valorizzare i giovani talenti emergenti - spiega la responsabile Margherita Vasselli -. Come Talentum, dedicato alla danza, Primus Actus alla regia, Vox Animae al canto corale". Il prossimo autunno ci sarà anche una grande mostra celebrativa che, da Roma all'Eur, arriverà fino a Madrid e, forse, a Buenos Aires. Pelloni Bulzoni e gli altri intimi della Carrà creatori della Fondazione, come il nipote Matteo Pelloni, Laura Fattore storico ufficio stampa, Marco Ambrosini e Gianfranco Salustri, si definiscono "i Chip Carrà". "Cioè quelli che la conoscevano davvero. Tutti pensano di poterla raccontare; ma non l'hanno mai vissuta come noi Chip Carrà. Non sono riusciti a trovare in lei niente di pruriginoso, perché lei era come appariva. Niente vita mondana, pochissimi amici, soprattutto all'Argentario, cene in casa e partite a burraco o a tresette. Questa era Raffaella".
Non c'è risentimento per quanto poco la Rai ha fatto per ricordarla.
"Ero presente quando un funzionario la ringraziò perché con la pubblicità raccolta grazie a Carramba, la Rai - disse - aveva pagato gli stipendi di tutti i suoi dipendenti. Ma questo non è bastato. Pazienza. Quando avranno la voglia di programmare qualcosa, noi ci saremo. In ogni caso Raf vive e vivrà lo stesso".